Design, Turismo
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Benvenuti nell’iper luogo. L’aeroporto che diventa destinazione

Dimenticatevi la mera funzionalità. La solitudine, la standardizzazione. L’impressione di essere dovunque e in nessun luogo. Come scrivere Michel Lussault nel suo ultimo libro Iper-Luoghi (Franco Angeli) lo spazio senza identità e geografia di Marc Augé ha fatto il suo tempo. Oggi imperano luoghi caratterizzati dalla sovrabbondanza di connessioni, di possibilità, di evasioni e di esperienze. Luoghi che fanno della mobilità un’esperienza sociale, un gesto identitario. Sono i numeri, del resto, che ci dicono che vivere l’aeroporto non solo si può, ma è sempre più normale. Secondo Iata, la più grande associazione internazionale delle compagnie aeree, nel 2020 voleranno 4,72 miliardi di persone, il 4 per cento in più del 2019. Ma è pensando che nel 1945 i passeggeri erano solo nove milioni, che si intuisce la dimensione del fenomeno.

L’aeroporto è oggi la prima tappa di un’esperienza turistica, un luogo in cui si mescolano flussi e mondi, informazioni e desideri. Secondo Lussault, infatti, come tutti gli iper-luoghi, gli aeroporti sono chiusi e iper protetti e allo stesso tempo aperti e accoglienti, inglobando pezzi di natura, attrazioni, musei. L’emblema del nuovo aeroporto è quello progettato da Safdie Architects  a Singapore. Non più semplice hub di transito, ma vero e proprio centro urbano animato e coinvolgente, Jewel Changi racchiude una foresta con piante da Brasile, Australia, Cina e Malesia, una cascata interna di quaranta metri, la più alta del mondo, con spettacoli di luce e suoni, sentieri pedonali, ristoranti, hotel e negozi, aperti a tutti. In pratica, una vera destinazione a sé. Appena terminato anche l’aeroporto Beijing Daxing, progettato da Zaha Hadid Architects per la capitale cinese. Qui l’effetto spettacolo è dato dalle dimensioni dell’immensa stella marina che si propone di accogliere 45 milioni di passeggeri l’anno (72 milioni entro il 2025) all’interno delle ormai riconoscibili forme fluide e sinuose, e sotto una rete di lucernari che consentono alla luce naturale di illuminare l’aeroporto durante il giorno, evitando il consumo di energia elettrica. Tutto per coinvolgere i passeggeri convogliare i passeggeri verso l’immenso cortile centrale, quasi una piazza a servizio della comunità. Quella comunità che prima era irreggimentata in percorsi obbligati, scomposta in zone differenziate, e che adesso si mescola tra i tanti servizi offerti.

Dallo scorso settembre (2019), ad esempio, per entrare nella Qantas Lounge di Londra prima riservata ai soli viaggiatori di business e prima classe, basta pagare 55 sterline. Non è poco, ma dentro vi si trovano postazioni tranquille per lavorare o rilassarsi, buffet vari, camere da letto, docce virgola e un prestigioso cocktail bar. Qantas è una delle tante compagnie che ha investito per il rinnovo di questi club esclusivi che sono le lounge areoportuali. Lo stesso ha fatto e farà British Airways, che dopo aver ridisegnato i suoi salotti di San Francisco, Milano Linate e Ginevra, per il 2020 investirà 6,5 miliardi di sterline per rimodernare quelli di Chicago, Edimburgo e Berlino. Nuovi arredi, tessuti Osborne & Little, marmi e decorazioni, per trasformare una sala d’attesa in un circolo dove concedersi anche massaggi della Spa. Finnair ha trasformato invece la nuova business class lounge di Helsinki in un manifesto del design nordico: dal cibo alle sedie Ball di Eero Arnio  (accesso a pagamento per tutti nelle ore non di punta), mentre Air France allestisce, a Paris Orly3, una nuova lounge con champagne bar per la degustazione delle migliori etichette francesi, e KLM, ad Amsterdam Schipol, ha inaugurato una Crown Lounge per passeggeri non Schengen che è un immersione nel blu nelle ceramiche di Delft e con un ristorante il cui menù è firmato da Joris Bijdendijk lo chef del ritorante stellato del Rijksmuseum. È l’identità del territorio che entra in quello che un tempo fu un “non luogo” e che ora è un susseguirsi di piccoli mondi a sé. Dentro le diverse lounge della Cathay all’aeroporto di Hong Kong, gli ospiti possono approfittare di un massaggio ai piedi e, su richiesta, di trattamenti specifici per collo e spalle, ma il tempo, e lo spazio vuoti vengono riempiti anche con un noodle bar, una tea house con una vasta selezione di tè serviti da un esperto, e una sorta di santuario dello yoga dove si può scegliere se affidarsi a video tutorial, oppure meditare con l’aiuto di un iPad e cuffie antirumore seduti con su comodi cuscini. E passa la paura.

Ma il terminal diventa anche un museo. Per Eero Saarinen  era un inno all’età dell’oro del volo. Un’architettura di candido ottimismo nel futuro, e in disuso ora dal 2001. A rianimarlo ci ha pensato Beyer Blinder Belle Architect che ha trasformato il terminal TWA dell’aeroporto di JFK di New York in un hotel con sale da ballo e conferenze, bar e ristoranti, negozi, piscina sul tetto, centro benessere e un museo dedicato alla “jet age”. Del resto, tutto l’edificio è già un museo. Il design anno 1962 e l’architettura in cemento armato che riprende le ali di un uccello sono stati restaurati con rigore. Dalla moquette rossa al display a palette per gli orari dei voli di Gino Valle, dalle sedie Tulip, i tavoli Pedestale, le poltrone Womb che Saarinen disegnò per Knoll, alle gallerie verso il Terminal 5 percorse da Leonardo Di Caprio nel film Prova a prendermi, dalle divise dello staff ai telefoni vintage. E che il rinato TWA Flight Center sia un esercizio di nuovo spazio pubblico, lo dimostrano anche le citazioni di serie tv come Mad Man (nelle camere), The Marvelous Mrs. Maisel su cui sembra tagliato su misura il cocktail bar Connie, ricavato dentro un Loockheed L 1649A Starliner, aereo d’epoca “parcheggiato” in pista in puro old style.

Questo articolo è stato pubblicato sul quotidiano Repubblica a febbraio 2020 ed è stato selezionato come MIGLIOR ARTICOLO nella categoria Quotidiano del Premio Stampa per l’anno 2020 di Adutei – Associazione Delegati Ufficiali del Turismo Estero in Italia. In questo anno e mezzo la pandemia ha rovesciato il nostro modo di leggere e vivere il mondo, cambiando in modo radicale anche la percezione di certi spazi. Uno di questi, è senz’altro l’aeroporto. Ho voluto comunque ripubblicare l’articolo, storicamente e sensibilmente datato, perché credo che la lettura culturale dei luoghi, del nostro modo di muoverci e vivere il mondo, sia sempre il punto di partenza di ogni viaggio. Che prima del corpo, a volare è soprattutto la mente.

 

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