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buttiamoci in politica (forse)

Alcuni mesi fa un’amica mi fece una considerazione iluminante: di fronte alla possiblità di candidarsi politicamente e di investire in questa candidatura parte delle proprie risorse economiche, le donne si tirano indietro, ovvero sono molto meno disposte a scommettere su di loro dei loro colleghi uomini. Sapere se la causa sia da ricercarsi nella mancanza di autostima o nella profonda e disillusa consapevolezza del reale (dove esser brave non serve) non cambia il dato oggettivo, che rimane appunto quello: le donne pare siano un po’ restie a coinvolgersi polticamente. L’amica Marina Terragni, dopo aver chiesto un giorno sì e l’altro pure un nome da candidare alle primarie, nel suo post di oggi, l’ha scritto chiaro e tondo: Cercansi donne che vogliono fare politica. Mandate curricula e fatevi avanti se volete: la porta (e i commenti sul post) sono aperti. Io, come ho avuto occasione dire anche a voce, non sono arrivata ancora a redimere (e accetto aiuti) una spinosa, e imbarazzante, questione: davvero esiste ancora la possibilità di fare una politica di (sole) donne? Certo, un sogno ce l’ho. Per esempio mi piacerebbe che la diversità femminile si segnalasse con prassi concrete, lontane da quegli schemi di occupazione del potere tipicamente maschili e italioti. Nel suo ultimo libro 10 cose buone per l’Italia che la Sinistra deve fare subito, Pippo Civati ad esempio, dice una cosa semplice, ma vera: per la propria campagna elettorale un politico/a deve spendere poco, perché se tanto ha chiesto, tanto dovrà, prima o poi, restituire. Le donne si sentano quindi sollevate dall’impegno economico e accettino per prime la sfida di una politica trasparente, fatta di idee e non di effetto spettacolo. Potrebbe essere la prima differenza. La seconda, è quella di uscire definitivamente dal cerchiobottismo. Mi spiace, ma davanti a uno dei principali, se non altro mediaticamente, movimenti femminili (Snoq) che, chiamati a pronunciarsi con due nomi per il Cda Rai, si ritrae indicando una rosa di talenti femminili, ma solo a titolo esemplificativo, e usce dall’aula in cui era stata convocata al momento della scelta dei nomi, credo che ci sia bisogno di dire con chiarezza che questo tipo di opportunismo politico non può che essere d’ostacolo a una vera nuova prassi politica. Bisogna avere il coraggio di scegliere, di assumere una posizione chiara: questo è un segno di rispetto che si deve alle regole della democrazia (regole di cui non dovremmo mai dubitare, come non dovremmo mai dubitare che esprimere il proprio pensiero sia un rischio e non un contributo trasparente al dialogo) e un segno di rispetto che si deve a chi ci impegnamo a rappresentare. Ed ecco per terza quindi, la questione della rappresentanza. Il modo maschile in cui si è costruita in questi anni, lo conosciamo: leader carismatici e spacca video, slogan pubblicitari scambiati per contenuti politici, molto spettacolo (con tanto di veline e gag comiche) e poco pensiero della e nella realtà: da Berlusconi a Grillo, s’intende. E noi donne? Sappiamo e sapremo rinunciare alla rappresentanza carismatica, alla notorietà scambiata per competenza, fuori da ogni regola o statuto; sappiamo e sapremo rinunciare alle manifestazioni da prima pagina di giornale, ai divi testimonial per le campagne antiviolenza? Sì, perché se lo scarto tra il messaggio e l’azione diventa troppo, il rischio è quello di riproporre il solito schema (maschile) del Palazzo. Lo schema di una politica lontana dal reale. La politica delle donne invece dovrebbe essere il contrario, reale: terza differenza. Infine, quarto punto, perché il mio sogno è complesso e forse questa parte è la più importante di tutte: le donne dovrebbero diventare le paladine della meritocrazia. Riconoscere e riconoscersi i meriti, in una società a cui manca persino il coraggio di stabilire ciò che è giusto o sbagliato, che da anni annega in un unico brodo innocenti e colpevoli, onesti e furbi, nullafacenti e operosi, parassiti e lavoratori, sarebbe forse la più grande delle rivoluzioni. Cominciare da noi, anche nelle piccole cose: rimandi, citazioni, riconoscimenti. Cominciamo da noi, cominciamo da qui. E poi, se volete, mandate i curricula a Marina Terragni.

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Manuela Mimosa Ravasio è una giornalista professionista con una formazione da architetto. Ha lavorato per anni come caporedattore scrivendo di tendenze e lifestyle in riviste di turismo, cultura e attualità. Oggi svolge la sua attività da libera professionista offrendo anche consulenze in comunicazione, progettazione di contenuti e analisi su trend globali.

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