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Caro Gramellini, questa volta sbaglia

Caro Massimo Gramellini,

leggo sempre il tuo Buongiorno, ma questa volta, permettimi, sbagli. E se non fosse perché il tuo Bambole e bambocci sarà letto da migliaia di persone, mamma e papà, non avrei sentito l’urgenza di scriverti questa lettera aperta. Essendo io stessa, prima che giornalista, genitore. Perché, lo dico subito sinteticamente, la mancanza d’amore verso la donna e il suo corpo comincia proprio dalla rappresentazione che ne viene fatta. E quest’ultima ha inizio dalla scuola. Dall’educazione. Rappresentare le bambine sempre e solo come future cuoche, addette alla cura familiare, mamme e bambole è il primo passo per mortificare il loro talento. Ed è nella mortificazione del talento, nell’idea che la donna sia solo “quella roba là” che germina, anche, il seme della violenza. Hai letto alcuni dei commenti sull’impresa di Samantha Cristoforetti? Il più carino diceva che, in fondo, sulla base spaziale, serviva qualcuno che stirava e cucinava. Che faceva la bambola insomma.

Ma per uscire dalle prime pagine dei giornali e venire al quotidiano, basta avere un figlio o una figlia a scuola per rendersi conto come gli stereotipi siano così radicati da aver paura di rifiutarli. Perché “sembri un maschio” se hai i capelli corti e ti piace il calcio; perché sei una “maschiaccia” se alzi la voce e corri; perché è meglio che “non ti stanchi troppo”. Inutile girarci intorno, l’inizio della segregazione delle future donne, della loro debolezza nell’esprimersi e anche nel dire di no, inizia qui. Inizia così. E alla fine, la loro esclusione dal mondo del lavoro, dalla vita sociale, da una relazione vera e alla pari non è altro che una profezia che si auto avvera. In termini più specifici, come scriveva Giorgia Serughetti in Pagina 99: «Il sostrato che alimenta la violenza è fatto di rappresentazioni della disponibilità femminile: affettiva, materiale, sessuale». È quella bambola tanto docile destinata a prendersi cura di noi che vediamo fin dalle scuole elementari e a cui, evidentemente, ci siamo così affezionati da non riconoscerla come carceriere.

Certo che manca un’educazione sentimentale. Ma l’educazione sentimentale non passa forse per dare la stessa possibilità di futuro a tutti i bambini e bambine? Nel rispetto gli uni verso le altre proprio perché, tutti e tutte, devono avere un futuro di pari dignità? È giusto parlare d’amore. Bene, l’amore passa anche per il sogno ad occhi aperti. E il sogno non può avere limiti. Il più grande atto d’amore è quello di trasmettere ai nostri figli e figlie questa folle idea di infinite felicità che li attendono. I limiti, le costrizioni delle aspettative sociali, gli amori negati, i sogni violati e violentati, arriveranno. Ma insegnarli, imporli come modello, questo sì, è il primo atto di mancanza d’amore.

P.S. Giusto in questi giorni è uscita una ricerca in cui 1 italiano su 3 pensa che la violenza sulle donne debba essere risolta in casa. Nella casa delle bambole appunto.

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