All posts filed under: Storie

Quando mi chiedono cosa fai, rispondo: «La raccoglitrice di storie». Quando mi dicono perché, ammetto che, dopo tutto, il mondo è ancora un posto interessante da raccontare. E allora ci provo. Incontri, racconti, scoperte, lavori e famiglie. Donne e uomini. È tutto qui.

2020. Le parole per dirlo.

Ieri l’account Twitter ha lanciato un suo tweet chiedendo di descrivere il 2020 in una parola (2020 in on word). Le risposte sono per lo più immaginabili. Io stessa ho risposto non con una parola, ma con un numero (and counting), quello dei morti totali nel mondo per COVID-19. Le parole che usiamo sono specchio della nostra società e dei suoi cambiamenti, ma come ha rilevato l’Oxford Languages, questa nostra ipervelocità di comunicazione ha fatto sì che le parole nuove si diffondessero in una quantità e velocità sorprendente. Senza precedenti. Come si legge nel rapporto Words 2020 an unprecedented year, già ad aprile la frequenza della parola coronavirus aveva superato uno dei sostantivi più usati in lingua inglese, ovvero time. Siamo stati travolti dagli eventi e insieme da una quantità di parole nuove. Altre, come ho avuto già occasione di scrivere, hanno cambiato parte del significato a loro attribuito, essendo cambiata l’esperienza che abbiamo avuto di esse. Un cambiamento registrato da Oxford Languages quasi in diretta, costretto come era ad aggiornare il lessico quotidiano con termini …

Con e-bike, picnic e yoga. Il vino che non ti aspetti

E anche le degustazioni digitali le abbiamo provate. Instagram Live guidati da esperti enologi o sommelier, webinar che ci conducevano, si fa per dire, in cantina o in malga. «La tecnologia è servita a mantenere una vicinanza con clienti e turisti, in alcuni casi ad aiutare le vendite, e sicuramente di questa innovazione obbligata qualcosa rimarrà anche nel futuro, ma il digitale è per lo più uno strumento per la pre e post esperienza turistica tradizionale». Roberta Garibaldi, docente di Tourism Management all’Università degli Studi di Bergamo, recentemente entrata nel consiglio di amministrazione della World Food Travel Association, è un’esperta di turismo enogastronomico. «In verità l’enogastronomia non è mai stata la prima motivazione per intraprendere un viaggio, ma senza dubbio negli ultimi anni, il 94 per cento di chi si trovava in vacanza ha voluto fare questo tipo di esperienza. Gli italiani, in particolare, secondo le nostre ricerche, almeno per il 75 per cento tendono a muoversi nel territorio locale quando si parla di enogastronomia, cosa che, visto quello che ci dicono tutti i dati …

Parole nuove e giuste per il turismo che verrà

E pensare che avevamo appena finito di festeggiare. Nel 2019 l’industria del turismo aveva contribuito al 10,4 per cento del PIL mondiale e, con quasi 1,5 miliardi di turisti internazionali, festeggiava i dieci anni consecutivi di crescita. Nel 2030 si prospettava spensieratamente il raggiungimento di 1,8 miliardi di turisti e invece, pochi mesi dopo, ecco che, sempre secondo il WTO, il numero di turisti nel 2020 nel mondo potrebbe scendere fino al 30 per cento rispetto al 2019, con un crollo delle entrate fino a 410.000 milioni di euro. In pochi mesi sono cambiate le nostre prospettive, la nostra realtà quotidiana e le nostre parole. Non è la prima volta che succede. Il mondo si era già ristretto dopo l’11settembre, quando forse per la prima volta si è materializzata la possibilità di una paura diffusa che poteva incidere sulla nostra libertà di movimento. Negli ultimi decenni, diversi eventi hanno inciso in modo negativo sull’industria turistica (si pensi solo  alla “grande recessione” del 2008-2009, seguita alla caduta della banca americana Lehman Brothers, che portò a un calo del 20 per cento annuo nel commercio mondiale), ma per avere …

Covid 19. Immagini per raccontarla

Susan Sontag la chiamava una partita di caccia. Fatta di mirini puntati e immagini catturate con uno scatto. Una partita organizzata per collezionare il mondo perché “la conseguenza più grandiosa della fotografia è che ci dà la sensazione di poter avere in testa il mondo intero, come un’antologia di immagini” (Sulla fotografia. Realtà e immagine nella nostra società, Einaudi). La scrittrice americana ci ha anche insegnato che la fotografia è partecipazione a un’emozione. E a una storia. Cosa, meglio di qualche immagine, può efficacemente trasmetterci l’istantanea del nostro mondo ora, il mondo ai tempi del COVID19. È successo tutto così in fretta. A un certo punto, sfogliando alcune riviste o scorrendo con il telecomando i set di molte pubblicità, tutto appare fuori fuoco, distante. Il disagio che si avverte guardando l’invito da cartolina per un’isola paradisiaca, una salita a vette pure, calette misteriose. È davvero quello il mondo ora? Per anni, abbiamo creduto che bastasse Google Map per controllare l’immagine del mondo solo con le nostre mani, per avere sul mondo uno sguardo senza limiti. Per anni, abbiamo usato le …

Sneaker utopia. Il mondo ai piedi

«Non tengo neanche più il conto. Ma tra ufficio, cantina, casa mia e dei genitori saranno circa 900 paia». Di sneaker si intende. La passione di Stefano Pomogranato, da quando, da ragazzino, aveva un amico italo americano che faceva la spola tra la California e l’Italia portandogli quelle scarpe “da ginnastica” che qui era impossibile trovare. Una passione diventata lavoro, tanto che ha fondato lo Special Sneaker Club, una community a numero chiuso (massimo 750 persone) con appassionati sparsi in tutto il mondo, che organizza eventi, showcase, incontri e talk sulla sneaker culture. Sì perché, negli anni, le scarpe “da ginnastica”, hanno conquistato la moda di lusso, sono diventate gli oggetti simbolo della contemporaneità, fino a essere consacrate come espressioni di arte moderna. «Non entro nel merito sull’evoluzione o involuzione della cultura sneaker. Sicuramente sono diventate fenomeno mainstream, il che implica maggiore accessibilità, praticamente infinita disponibilità di prodotto e tanta confusione, generata specialmente da chi prova a saltare sul carro». Anche perché, sul carro, ci sono parecchi soldi. Come titoli azionari Secondo Statista le sneaker …

Figli di due culture

«Vedere i nostri figli felici, curiosi e appassionati alla vita, capaci di adattarsi e rapportarsi agli altri è la dimostrazione che una famiglia biculturale è un modello positivo». Christine, madre parigina e papà bergamasco, è ottimista, e ha ragione. Quando ha conosciuto Othman aveva 15 anni, frequentava la scuola francese, e lui era appena arrivato in Italia dalla Tunisia insieme ai genitori. Poi sono nati Ines ed Elias, che da qualche tempo ha cominciato a prendere lezioni di arabo. «Noi cerchiamo di essere autentici ed, essendo in Italia, in famiglia parliamo italiano. I nostri figli sentono abitualmente però anche il francese, il tunisino, l’arabo, e le lingue, lo sappiamo, aiutano a definire la propria identità. Elias, anche se ha solo 11 anni, questo lo sa, come sa che imparandole può sentirsi a casa in Paesi diversi. Per il resto, credo che l’esempio quotidiano sia importante: io non indosso il velo, non faccio il Ramadan, ma ho acconsentito alla circoncisione e alla sua richiesta di praticare il digiuno per mezza giornata. In casa festeggiamo anche il …

A scuola di empatia

Non bastava il capovolgimento dell’effetto Flynn a dirci che la curva del quoziente intellettivo globale sta volgendo pericolosamente verso il basso, ora anche l’empatia, la capacità di mettersi nei panni dell’altro, secondo uno studio dell’Università del Michigan che l’ha “misurata” a 14 mila studenti per una trentina d’anni, sta avendo un tracollo. Un’ascesa verso l’indifferenza, il culto di sé, il narcisismo, verificatasi soprattutto dopo gli anni Duemila, e che ha cominciato a creare qualche allarme. Perché la mancanza di capacità empatiche non ha effetti solo etici, ma anche cognitivi. Come ci hanno dimostrato le neuroscienze, dalla scoperta dei neuroni specchio in poi, è grazie all’empatia che noi possiamo costruire relazioni sociali efficaci, prendere le decisioni giuste, fare previsioni sulla nostra vita e stabilire obiettivi, capire ciò che accade intorno a noi. Cosa ci sta succedendo dunque? «L’essere umano è biologicamente programmato per essere empatico, ma per diventare capaci di gestire e capire le emozioni nostre e quindi degli altri, il sistema nervoso deve maturare in un ambiente “sufficientemente sicuro”. La nostra società, nonostante garantisca condizioni …

Il cibo plant based è un affare da veri uomini

«Picchi come un vegetariano!», dice Arnold Schwarzenegger a Sylvester Stallone durante una scena del film Escape Plan. Ora Arnold Schwarzenegger è uno dei produttori di The Game Changers, insieme a Jackie Chan e James Cameron, e durante il documentario l’ex carnivoro e attore culturista confessa: «Per anni ci hanno fatto credere che mangiare bistecche fosse da veri uomini, ma non era vero». In effetti, smontare l’equazione virilità uguale mangiatore di carne, è una delle strategie che il premio Oscar Louie Psihoyos adotta per convincere i maschi, quelli veri, che diventare vegani aumenterà i loro muscoli, nonché le loro prestazioni in fatto di forza, prestanza atletica, e sì, anche sesso. Per farlo arruola atleti vincenti come Lewis Hamilton, James Wilks, Patrik Baboumian, Scott Jurek, Nimai Delgado, Morgan Mitchell e molti altri (si vede anche Novak Djokovic), molti scienziati e studiosi dell’alimentazione e, al fine, anche ambientalisti. La loro voce si sente negli ultimi dieci minuti del documentario-inchiesta, quando con naturalezza snocciolano alcuni dati come il fatto che la produzione di alimenti per carni, latticini, uova e pesce consuma l’83 per …

Il senso di Joker per le parole

Finalmente l’ho visto. Dopo preview mancate, code demotivanti, rinunce dell’ultimo minuto. E devo anche avvertire che questo è uno scritto pieno zeppo di spoiler che, soprattutto per Joker, non credo si possa riflettere sul film senza il film. Queste righe sono quindi più una chiacchierata con chi il film l’ha visto, o ha intenzione, come la sottoscritta, di tornare vederlo. Uno scambio di impressioni come si fa tra amici e colleghi a caldo, all’uscita della sala. Ho scritto così sul mio gruppo dei fedeli Whatsapp: “Se tornate e andate chiamatemi. Joker è un film dannatamente e meravigliosamente eversivo. Non credo che potrò liberarmene, almeno per un bel po’”. Ed è questa la prima costrizione. La prima camicia di forza. Io sono rimasta lì, fino all’ultimo dei titoli di coda, quando si spegne la voce di Frank Sinatra che canta Send in The Clowns. Sono rimasta lì, un sorriso di una paralisi nevrotica, disegnato con il suo e nostro sangue, e non perché volevo capire, ma perché il caos è in certo senso meraviglioso, è bello, …

Infobesity: malati di (troppa) informazione

Sessantaquattro secondi. Questo è il tempo che impieghiamo per recuperare la concentrazione ogni volta che riceviamo una notifica sul nostro smartphone. «È stato calcolato che, in seguito a queste continue interruzioni, si perde circa mezza giornata a settimana di lavoro» dice Giuseppe Lavenia, psicologo e psicoterapeuta, tra i massimi esperti di dipendenze tecnologiche. Tra queste, l’infobesity, il sovraccarico cognitivo causato dall’abnorme quantità di informazioni da cui siamo continuamente bombardati, e a cui sentiamo il dovere di rispondere. Un flusso ininterrotto di mail, messaggi, avvisi, che ci spinge a fare acquisti più velocemente, prendere decisioni in pochi secondi, controllare continuamente il cellulare, farci restare incollati allo schermo ore e ore, e che soprattutto ci fa lavorare meno e peggio. Basta infatti un cellulare sul tavolo che la comunicazione tra due persone è meno costruttiva, dicono le ricerche, e qualcuno se ne sta accorgendo. Disconnessi e (più) produttivi «Sono le aziende per prime a capire che l’eccesso di stimoli a cui siamo sottoposti dai nostri device incide negativamente sulla nostra produttività» continua Lavenia. «Il telefonino acceso durante …