Donne
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confuse e infelici

Due sorelle che picchiano a sangue una coetanea di 14 anni rivale in amore. Una tredicenne che insulta su Facebook la compagna di scuola e poi l’aggredisce. Ragazzine che vanno in giro con tirapugni e martelli nella borsetta. Piccole bulle che durante l’ora di educazione fisica costringono la compagna a denudarsi. Altre che si coalizzano per prendere a calci e pugni una coetanea che le ha guardate troppo inistentemente. Forse, mi dico, era meglio il merletto a tombolo. Dal sud al nord del Paese questa assimilazione di un’abitudine manesca fino a qualche tempo fa ritenuta maschile è in crescita. Intervistate dalla Società Italiana di Pediatria, il 22,4 per cento delle bambine  a cui è stato chiesto se capitava loro di fare a botte, risponde di sì. E le adolescenti di oggi dimostrano di potersi, e volersi, azzuffare come, e meglio, dei loro amici maschi. Non dipende dall’estrazione sociale, dalla situazione familiare. Per le adolescenti convivere con la violenza è normale, quasi come bere un bicchier d’acqua. Ma se una zuffa tra giovanotti era quasi assimilata a un’attività goliardica, il bullismo rosa spaventa di più. Perché? Il modello della brava ragazza, timida e dal buon carattere, è evidente, non basta più. Non a questa società, tantomeno a loro. Ma in cambio queste bambine che cosa hanno ricevuto? Veline disponibili, professioniste rampanti e aggressive, donne che per arrivare in alto sono in guerra quotidiana, giovani donne sconfitte dalla rinuncia quotidiana. Forse hanno ragione, forse questi modelli farebbero prudere le mani anche a me. Ma il nemico, vorrei dire loro, non è la ragazza che hanno di fianco. Non lo specchio delle loro debolezze e delle loro paure. Ha ragione Lorella Zanardo, che con il suo progetto Nuovi Occhi per la Tv, di ragazzi ne incontra molti e ci racconta dell’estrema debolezza di questa generazione. Una generazione che ha bisogno di creare una propria identità di genere. Cosa più che mai urgente. Leggo la violenza di queste novelle bulle come un grido di dolore. Dolore della perdita di un ruolo, del vuoto di sé. Forse la violenza non è che consolazione. Forse noi donne per prime dobbiamo interrogarci e riflettere meglio sull’eredità della storia movimento femminile. Un’eredità complessa, fatta di intelligenze, speranze e di cadute libere. Spesso senza alcuna rete.

 

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Manuela Mimosa Ravasio è una giornalista professionista con una formazione da architetto. Ha lavorato per anni come caporedattore scrivendo di tendenze e lifestyle in riviste di turismo, cultura e attualità. Oggi svolge la sua attività da libera professionista offrendo anche consulenze in comunicazione, progettazione di contenuti e analisi su trend globali.

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