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Cosa resta del turismo in un mondo immobile? Forse, le persone

In questi miei primi tre giorni in ClubHouse mi sono concentrata sulle stanze dedicate al turismo. Praticamente, un esercizio di futurologia, essendo, tra i tutti settori investiti da questa incertezza radicale, quello più colpito e per cui,  qualunque cosa si dica, a parte i dati, si deve necessariamente iniziare con se, ma, forse… Eppure, gli interventi sono stati interessanti (quelli organizzati da Roberta Milano per esempio), e specchio di un settore che sta facendo ogni sforzo per trovare una via di uscita da quello che sembra un vicolo buio e cieco. Parlare o scrivere di turismo, quando di turismo praticamente non ce n’è, è un esercizio disperato. Chi sta nelle redazioni dei magazine di viaggi, gli stessi in cui io sono stata per anni, mi racconta delle difficoltà organizzative per portare a casa un reportage, decidere le mete… Tutti d’altra parte lamentiamo di essere “immobili” da mesi e mesi. Volendo aggiungere un aneddoto personale, l’altro giorno, ho letto del progetto del Reina Sofia sul Rethinking Guernica che permette di vedere tutti i dettagli del capolavoro di Picasso on line e quasi mi sono commossa pensando che, un anno esatto fa, ero lì davanti, live, ché mi ero resa un paio d’ore per tornare a vederlo (lo considero quasi una preghiera).

Viviamo in un tempo sospeso e in un’incertezza radicale. Si è detto più volte. Eppure, questo fermo immagine, questa dimensione quasi di attesa può anche fornirci l’occasione di rivedere tempi e luoghi con nuovi occhi. Chi, come me, ha potuto trasferirsi in montagna per settimane o mesi, ha scoperto, come nel su citato fermo immagine in cui puoi ammirare ogni singolo dettaglio, cose su cui prima aveva posato uno sguardo distratto. Sarà per questo che in questi giorni mi è tornato alla mente quello che sosteneva, quando ancora lavoravo in redazione, un noto direttore di una rivista internazionale, dicendo che per conoscere un posto tanto bene da poterlo raccontare, bisognava fermarsi lì per almeno un paio di mesi. Va da sé che economicamente era insostenibile, eppure, solo se ci si ferma, solo se si stringe un patto autentico con il luogo, lo si potrà davvero animare di parole. Quasi che serva una vicinanza emotiva per andare lontano, dalla nostra vita quotidiana, dai nostri soliti occhi.

Le seul véritable voyage, le seul bain de Jouvence, ce ne serait pas d’aller vers de nouveaux paysages, mais d’avoir d’autres yeux, de voir l’univers avec les yeux d’un autre, de cent autres, de voir les cent univers que chacun d’eux voit, que chacun d’eux est.   (Marcel Proust)

Sono riflessioni che faccio perché, come altri, mi sto chiedendo come raccontare il turismo senza offendere i tempi in cui viviamo. Negli ultimi mesi si è parlato molto del desiderio di una vacanza sempre più verde e sostenibile, di una voglia di allontanarsi dai limiti posti dalla situazione pandemica, della fame di ritrovare ambienti e relazioni autentiche in località a misura di essere umano, per sentirsi fisicamente attivi e coinvolti. Alcuni hanno riassunto i bi-sogni espressi dal “nuovo turista” con la formula back to basic, che descrive un consumatore-viaggiatore sempre più consapevole del peso delle proprie scelte e che vuole non solo vedere, ma anche conoscere, condividere, fare esperienze. Si è parlato molto anche di vacanza di prossimità, ma va detto che c’è pur sempre bisogno di un viaggio che sia trasformativo, che imponga sfide, luoghi non comuni, ripensamenti sul tempo libero. Il “vicino”, insomma, non può essere in ogni caso banale, quotidiano, e personalmente penso che se c’è una possibilità di allontanarsi davvero da banalità e quotidiano, la si ha solo entrando in un contatto più autentico con la comunità del luogo. Sono le persone che ci indicano la strada per scoprire tutte le declinazioni possibili di un territorio. E per  persone io intendo gli “ospiti” nell’accezione originaria: ovvero sia chi arriva, che chi accoglie. Molti pensano che si possa pensare al turismo considerando solo ai desideri di chi parte (e arriva), ma io credo (e nella mia idea di sostenibilità lo spero), che anche il turismo vive di comunità. E di comunità dialoganti.

Pensiamo, per esempio, a quello che la situazione pandemica ha determinato. La possibilità di poter lavorare dovunque (almeno per alcuni) ha consentito di abitare più a lungo in zone prima esclusivamente vacanziere, o di riscoprirne altre meno frequentate. Questo ha fatto riflettere su un turismo in montagna diverso, e su un modo alternativo di valorizzare un territorio. Il  progetto Eusalp per una montagna smart, la pianificazione verso villaggi intelligenti in cui si possa lavorare e vivere, sono il risultato di una migrazione di capitale umano e contante, ma anche lo specchio di una volontà/possibilità di una fruizione trasformativa dei luoghi. Può essere questa un’occasione di un’ulteriore e diversificata valorizzazione del territorio capace di alimentare un circuito virtuoso che sia di sostegno anche alle economie locali e alle produzioni agroalimentari? Si può promuovere sviluppo intercettando storie di persone, borghi e luoghi, con il fine di favorire un turismo consapevole, sostenibile, intelligente, e cercando di ispirare un nuovo modo di far vacanza che consideri i luoghi non una semplice meta, ma ispirazione per un altro modo possibile di vivere la vita? Queste sono le domande che mi sto ponendo. E per quello che ho visto e capito, questa possibilità esiste solo se si riesce a lavorare sull’intera comunità degli ospiti.

Un territorio è fatto di paesaggio, di divertimento, di lavoro, di culture del fare e del tramandare, ma soprattutto di persone. E chi più delle persone, uomini e donne in carne e ossa, possono dare una dimensione emotiva alla nostra sosta. Qualcuno diceva che il vero viaggio è l’incontro. Oggi l’incontro, anche metaforico, è l’abbraccio che stiamo aspettando da tanto tempo. Anche per questo, credo che mettere l’accento sulle persone, sia un atto dovuto. E ancora, l’invito all’esplorazione di un territorio non può che arrivare dalle persone per le persone, e sono sempre le persone che possono suggerire un nuovo modello di fruizione del territorio, del patrimonio culturale, agricolo e paesaggistico. Perché in fondo dovunque ci sia una presenza di vita, c’è una ragione per mettersi in cammino e esplorare. E i cammini, come le montagne e le persone, sono infiniti.

Aggiornamento del 10 febbraio

Leggo oggi il report del Future Brand Country Index e prendo atto che Natasha Grand ha sottolineato che i luoghi non possono essere completamente districati dalle persone che li abitano. Sono le persone che contribuiscono a un’identità, ai valori o agli stili di vita che distinguono un Paese da un altro. Le persone quindi, ancora una volta al centro per una ridefinizione del country branding particolarmente importante dopo un periodo che ha minato alla base la fiducia nei viaggi e nella loro sicurezza.

Se vuoi saperne di più o posso aiutarti per le tue esigenze specifiche contattami.  

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