Design
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La disobbedienza degli oggetti

Esiste, anche civicamente, un valore della disobbedienza. Del coraggio di allontanarsi dalla folla che grida lo stesso nome. L’azzardo della solitudine, dell’andare controcorrente per provare a fare qualcosa di nuovo. Perché la disobbedienza, in fondo, è un atto creativo e, insieme, un atto progettuale gettando in avanti, nel futuro, un’altra possibile idea di mondo. Fra qualche giorno, precisamente il 26 luglio, per la prima volta un’istituzione autorevole indagherà nei prodotti risultati da questo processo creativo. Con Disobedient Object il Victoria & Albert Museum di Londra mostrerà cosa i movimenti sociali di tutto il mondo sono stati in grado di creare e di produrre. Dall’arte tessile popolare cilena ai ciottoli gonfiabili giganti mostrati durante le manifestazioni di Barcellona, dalle teiere usate dalle suffragette ai gioielli disegnati da membri del Black Panther, dai pupazzi giganti utilizzati nella protesta contro la prima guerra del Golfo ai cartelli dipinti a mano dagli attivisti russi fatta in occasione delle manifestazioni antigovernative a Mosca del 2012.

Il periodo va dagli anni Ottanta a oggi, e ciò che si mostra, sono anche le tecniche e i processi che portano alla produzione dell’oggetto: se a Copenaghen si costruiscono oggetti di protesta riusando vecchie biciclette,  altrove si impiegano tecniche decorative tradizionali come il collage, o in altri casi, le più moderne tecnologie. Ed è questa spontanea mescolanza forse la cosa più interessante, questo capacità di design diffuso e di prendere, come dice Martin Roth, direttore del V & A: «il design nelle proprie mani». Un aspetto che rende la mostra quanto mai attuale, oggi che la progettazione condivisa, i maker non professionisti, il nuovo artigianato emergono come una delle soluzioni capaci di combinare sfide sociali, politiche ed economiche. Se noi siamo (anche) ciò che produciamo, se la cultura materiale fa parte della nostra storia, questa selezione ci offre un interessante e inaspettato punto di vista. E soprattutto ci dice che anche l’attivismo politico ci guida a un patrimonio di capacità progettuali, ingegno e creatività collettiva spesso snobbata dalle regole della produzione. (Nella foto in alto arazzo cileno Dónde están nuestros hijos, Chile Roberta Bacic’s collection, foto ©Martin Melaugh courtesy V&A)

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Manuela Mimosa Ravasio è una giornalista professionista con una formazione da architetto. Ha lavorato per anni come caporedattore scrivendo di tendenze e lifestyle in riviste di turismo, cultura e attualità. Oggi svolge la sua attività da libera professionista offrendo anche consulenze in comunicazione, progettazione di contenuti e analisi su trend globali.

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