Donne
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Donne, repetita non iuvant

Diceva George Eliot: «È probabile che la ripetizione, come lo sfregamento, produca calore piuttosto che progresso». In termini di comunicazione, qualche anno più tardi, qualcuno avrebbe parlato di effetto saturazione. Di superamento della soglia critica oltre la quale, l’efficacia dei messaggi, il coinvolgimento emotivo, diminuisce sensibilmente. Così capita che ogni giorno, le pagine dei quotidiani si riempiano di notizie di femminicidi, l’ultimo in ordine di apparizione l’episodio di Verona. Parallelamente, ogni giorno, capita che ministri e “professionisti delle questioni femminili”, ripetano dati e studi sull’importanza della partecipazione delle donne al mondo del lavoro, sul loro valore economico, e sulla necessità, fin dalla scuola primaria, di un’educazione culturale distante dal modello televisivo.

L’ultima dichiarazione, in ordine di apparizione, è l’intervista a Elsa Fornero pubblicata oggi su La Stampa. I dati e i buoni propositi finiscono sulla bocca di tutti. Danno un tocco rosa contemporaneo a congressi e ritrovi economico intellettuali, rinfrescano strategie politiche di polveroso corso. Eppure la “questione femminile”, dalla violenza al problema della rappresentanza, ripetuta come un ritornello da tutti media, resta confinata al dibattito teorico, quasi consolatorio, e lontano dall’agenda politica di questo Paese. Il Fattore D, come dice Maurizio Ferrera su Il Corriere, resta accessorio. Forse bisognerebbe dire che il tempo della rivendicazione, la rivendicazione che è la negazione dell’azione politica, è finito. Il tempo delle polemiche manichee, quelle che dividno buone e cattive, dentro o fuori dall e associazioni, è finito. Ed è finito il tempo della “questione femminile”, posta in maniera così conflittuale rispetto alla “questione maschile”, perché ciò che riguarda le donne, riguarda tutti, gli uomini per primi, gli stessi che oggi sentono il loro potere minacciato, ed è per questo che arretrano in posizioni pericolosamente misogine.

È finito il tempo delle minoranze, perché le donne sono più della metà del Paese. È finito il tempo degli slogan a effetto, delle leadership carismatiche dove la notorietà si è sostituita all’autorevolezza. Ed è finito il tempo della politica dell’emergenza, in cui le donne non trovano posto perché la politica delle donne è (mal)intesa come politica a metà, e non, come sarebbe utile, come l’occasione di fare una politica per tutti, ma da un altro punto di vista. È finito il tempo delle occasioni mancate. Dei numeri e dei dati statistici elencati come un rosario. Delle donne da titolo di giornale, tema di convegni e conferenze.  Delle donne dell’8 marzo e poi basta. Da domani proviamo a fare programmi e in base a questi a stringere alleanze. Proviamo a essere voce e referenti uniche e forzare l’agenda politica. Avremo forse meno calore, ma un po’ più di progresso.

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