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dove nasce la violenza

Che cosa è la violenza? Esiste quella fisica, che lascia i segni spesso per sempre. Esiste quella intimidatoria e verbale, minacce silenziose perpetrate nel tempo, di nascosto. Ed esiste quella che non si vede, che non si sente e non ha nome, perché ad essa, abbiamo fatto l’abitudine. Ecco, di questa violenza, meno grave e quantificabile certo, di questa violenza che costruisce terreno fertile per una cultura di continua mortificazione del femminile, vorrei parlare oggi che è il Blogging Day indetto da Aied sul tema della violenza sulle donne. E lo faccio perché credo bisognerebbe cominciare a stigmatizzare, a dare l’allarme, anche sulle violenze quotidiane, quelle rubricate sotto “battute di spirito” o “ironia non moralista» (mi aspetto quindi di essere catalogata io stessa come moralista e bacchettona dell’ultima ora, se non come nazifemminista secondo la recente definizione di Tiberio Timperi). È di pochi giorni la notizia delle commesse della Rinascente di Firenze a cui la direzione del personale, e marketing, ha avuto la bella idea di far indossare una targhetta con scritto: «Facile averla, chiedimi come». Si parlava della tessera fedeltà, ma il sofisticato doppio senso è palese. Poi, in prima serata, orario protetto si direbbe, ecco che va in onda il quiz familiare per antonomasia e la domanda qual è? «Chi di loro (donne dello spettacolo s’intende) può vantare un culo a pera?». In questo vile sottobosco culturale, che ha visto, e accettato, la gara per il miglior lato B anche in Parlamento, come sperare che alle donne in questo Paese venga riconosciuta pari dignità e, in base a questa, nonché alle loro competenze e valore, le stesse possibilità di partecipare alle decisioni che lo governano? Come sperare che anche nei quotidiani luoghi di lavoro, il trattamento professionale non sia, per così dire, lievemente sotto il minimo sindacale che non prevede battute da spogliatoio o occhiolini? Per un momento vi chiedo, non pensiamo alle vittime, se pur tante, troppe, numeri che dovrebbero far scattare un vera emergenza sociale (si veda l’eccellente lavoro di divulgazione e comunicazione che fa ZeroViolenzaDonne). Non parliamo nemmeno di questione maschile, come solleva il recente libro di Iaia Caputo, parliamo di noi, di una cultura che è di tutti, uomini e donne, e che quotidianamente si fa strada con un’inerzia incessante. Perché è lì che il tarlo della violenza comincia a lavorare, in quello sfottò per cui si passa, quasi senza accorgesene, dal ridere di una caratteristica della persona a deridere la persona stessa. Che quindi, perde il diritto di esserlo “persona”. Arrestare il tarlo fin dall’inizio del suo lavoro è forse l’unico modo per uscire dall’arrettratezza culturale, politica ed economica di questo Paese. Perché, questo sì, un Paese che umilia ogni giorno la metà dei suoi cittadini è un Paese violento per tutti. Non solo per le donne.

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Manuela Mimosa Ravasio è una giornalista professionista con una formazione da architetto. Ha lavorato per anni come caporedattore scrivendo di tendenze e lifestyle in riviste di turismo, cultura e attualità. Oggi svolge la sua attività da libera professionista offrendo anche consulenze in comunicazione, progettazione di contenuti e analisi su trend globali.

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