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È Federer il più grande. E non perché vincerà di più, ma perché ha fallito meglio

Chi è il più grande? Il GOAT, il più forte di tutti i tempi? Chi vincerà più slam? Dopo la vittoria di Novak Djockovic al Roland Garros i misurini del tennis si sono messi in moto. Numeri, gradazioni, confronti spazio-temporali, valutazioni neurobiologiche, proporzioni muscolari: tutto per decretare il podio finale e definitivo. Sarà che lo spogliatoio sportivo è (purtroppo spesso) ad alto tasso di testosterone e i maschi, si sa, si devono ancora emancipare da una certa ansia da prestazione. Sarà perché la classifica nello sport ha una sua verità (la stessa incontrovertibile verità dei soldi nella vita reale), ma decretare il più grande di tutti i tempi sembra più che mai una necessità. Ora, è fin troppo facile dire che il più forte non è necessariamente il migliore. Di solito è una cosa che si impara verso i cinque anni di età, anche dopo aver visto un cartone Disney come Cars (vi ricordate Tex, proprietario della Dinoco, che dice a Saetta McQueen“Nelle corse si può fare molto di più che vincere”, lo vidi con mio figlio che da allora smise di vergognarsi di perdere…).

Fin troppo facile, insomma, dire che per fare un campione ci vuole più che una collezione di trofei. Vincere ha la sua importanza, ma non basta. Non basta a noi essere umani, che di solito vogliamo di più. Proviamo allora a spostare il terreno di gara. A mettere sulla bilancia un altro sguardo. Noi vogliamo di più, ho scritto. Le biografie dei nostri eroi, i miti su cui noi costruiamo i nostri valori, in fondo, sono di più. Cosa che oggi si insegna anche nei corsi basic di storytelling e sempre citando la bibbia di Christopher Vogler The Writer’s Journey: Mythic Structure For Writers e, prima ancora, quella di Joseph Campbell. Così impariamo che, fin dalla notte dei tempi, l’eroe è il più grande non perché miete vittime e successi, ma perché cade. Cade, fallisce, e in genere, nelle parabole a lieto fine, si rialza. Se stiamo attaccati a lui, se lo tifiamo, è proprio perché ci trascina in quell’alternanza di emozioni, in quell’onda emotiva che è la stessa che avvicina gli umani agli dèi. Della triade che gareggia per quella fantomatica “forza mentale”, Roger Federer è il più emotivo (ha un demone al posto di un coach scriveva Scala). Nei tic di Nadal intravedi forse un briciolo dell’umana fragilità, ma Djokovic se ci pensate è quello più frequentemente abbinato a un robot. Ebbene, un robot, un non umano, non può essere un eroe. Uno che era “già finito” nel 2009, e poi nel 2013, che ha messo il muso, scivolando, sull’erba di Wimbledon, uno che ritornato dopo sei mesi ha vinto uno Slam e per celebrarlo si è inginocchiato, sì.

Il fatto è che Federer, o almeno la sua carriera tennistica, ha una Storia. E a noi, per cultura e soprattutto natura, piacciono le Storie. La storia di Federer poi ha un fascino tale che su di lui è stata fatta letteratura e ci si è persi in citazioni filosofiche. Lo stesso, e con massimo rispetto, non si può dire per Djokovic (per altro la Storia di un eroe ha sempre bisogno di un antagonista, il mito di Roger è cresciuto insieme a Rafa e al Fedal, Novak è stato decisamente meno fortunato e, ahimè, da “soli” non si diventa nemmeno “grandi”). È questo quello che manca sulla bilancia. È questo che fa sì che, nonostante l’evidente forza mentale e fisica, nonostante i trofei, lo strapotere sul campo, si avverte sempre la mancanza di qualcosa. È il più forte, ma non è abbastanza. E non perché non siamo in grado di riconoscere ciò che è (è il più forte, farà il Grande Slam e sbriciolerà tutti i record di Nadal e Federer), ma perché ci sono cose che non si misurano. E una di queste è la capacità di essere grandi nell’umano.

Va detto che le storie, quelle costruite ad arte, finiscono sempre con un finale a effetto. Se la storia dello sportivo eroe Federer si fosse conclusa il 14 luglio del 2019, su quel 40-15 del 8-7 quinto set (apprezziate il mio pudore nel nominare l’evento), dopo aver battuto anche Nadal in semifinale, sarebbe stata una di quelle storie che uno sceneggiatore definirebbe epiche e con un finale perfetto. Ma, lo sappiamo fin troppo bene, non è andata così. Perché la vita non è un film e tantomeno una saga Marvel. Eppure, non dovremmo dimenticare che la vita è capace di stupirci e meravigliarci sempre. Ancora e ancora. Ed è questo che in fondo ci aspettiamo da Roger Federer, come da tutti gli eroi capaci di avvicinarci al “divino”,  la meraviglia.

P.S. Mi scuso per la terra rossa. Ma era l’unica immagine libera da diritti…

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Manuela Mimosa Ravasio è una giornalista professionista con una formazione da architetto. Ha lavorato per anni come caporedattore scrivendo di tendenze e lifestyle in riviste di turismo, cultura e attualità. Oggi svolge la sua attività da libera professionista offrendo anche consulenze in comunicazione, progettazione di contenuti e analisi su trend globali.

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