Donne, Educazione
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Contro tutti e con tutte. Il femminismo di Maria Montessori

Che cosa avrai mai una donna nata 150 anni fa da insegnare alle ragazze di oggi? Alle femministe della quarta ondata? Basterebbe dire, come ha già fatto Emanuela Audisio nell’intervista pubblicata ieri, che i problemi affrontati dalla giovane Maria Montessori erano in parte gli stessi di oggi: difficoltà a entrare negli ambienti dominati da #tuttimaschi, differenza dei salari, scelta tra lavoro e maternità, indipendenza economica, leadership femminile. E basterebbe leggere la biografia scritta da Cristina De Stefano (ne ho parlato qui) per accorgersi che Maria Montessori è stata la prima a parlare, per esempio, di “socializzazione della funzione materna” e della necessità di introdurre l’educazione sessuale nelle scuole.

Madri per scelta

«Il femminismo di Maria Montessori è fondativo rispetto alla sua concezione del bambino» dice Erica Moretti,  storica e docente di cultura italiana al The Fashion Institute of Technology-SUNY e studiosa del femminismo di Montessori. «La scienziata italiana parla di una donna che diventa madre in modo informato, libero, consapevole, capace di compiere scelte che tengano conto del benessere del bambino, la cui salute fisica e psicologica è inestricabilmente legata a quella della madre. La prima Casa dei bambini, inaugurata nel 1907 nel disagiato quartiere di San Lorenzo a Roma, si propone come luogo dove le madri lavoratrici possono lasciare i fanciulli,con immensi benefici, con risparmio di forza, con grande sollievo di libertà.” Dal progetto educativo nasce quindi un ideale di maternità che si estende nel sociale fino a coinvolgere l’insegnante, ovvero un’estensione o sublimazione del ruolo di madre, non più strettamente biologico. A partire dall’inizio del secolo, Montessori si batte per obiettivi che sono tuttora al centro delle richieste di movimenti femministi, quali parità di retribuzione a parità di lavoro, tema centrale di una conferenza che tenne al Congresso internazionale delle Donne di Berlino nel 1896. Le sue lotte possono quindi ispirarci nel presente. Basti pensare alla scarsità di proposte per conciliare maternità e lavoro, oggi ancora più necessarie per fronteggiare la disparità di genere accresciuta dalla crisi sanitaria».

L’indipendenza è (prima) economica

Donne che devono poter lavorare, votare, che devono essere in grado di mantenersi da sole e decidere per se stesse. Maria Montessori che decide di ricavare del guadagno dal suo lavoro (visto che in università e come medico non era mai stata pagata ed era sempre stata mantenuta dalla pensione del padre). Montessori che era brava a raccogliere fondi, che non è disposta a impegnarsi negli Stati Uniti senza ricevere compenso. E che per tutto questo, in virtù di un attualissimo doppio standard, viene criticata, osteggiata, denigrata. Montessori che porta un’ottica femminile, un’ ottica di genere diremmo oggi, in un contesto dominato da maschi. Lo fa circondandosi di donne, allieve, seguaci. Donne che a loro volta abbandonano famiglia e convenzioni per dedicarsi alla loro vocazione comune. Perché Maria Montessori, esortava le donne a studiare…

Ragazze studiate le scienze!

«Già agli inizi del Novecento Montessori discuteva della necessità di far innamorare le donne della scienza» continua Erica Moretti. Le sue scelte formative, la scuola tecnica prima e le facoltà di scienze e medicina poi, la spronano a ripensare le scienze, fino a quel momento ad esclusivo appannaggio dell’uomo, attraverso l’apporto del pensiero femminile. Questa “donna nuova” avrebbe contribuito alla riforma di molti campi del sapere, arricchendoli con i suoi punti di vista. Avrebbe rivendicato la propria identità intellettuale e indipendenza economica, contribuendo alla diffusione del sapere scientifico. Il suo pensiero aveva quindi una portata riformatrice. Montessori formulava queste proposte mentre lei stessa affrontava ostacoli professionali legati al suo essere donna in un campo, quello della medicina, storicamente dominato dagli uomini. Tra questi vi era l’ostilità di colleghi e mentori, fieri sostenitori dell’inferiorità biologica della donna».

Contro gli stereotipi 

E ancora oggi d’altra parte, c’è chi prova a giustificare biologicamente, il gap di genere tra maschi e femmine nelle materie scientifiche. Alcuni sostengono che nelle scuole montessoriane, anche grazie a un maggior rispetto dei tempi individuali e una mancanza di competizione, questo problema in qualche modo si risolva… «Di studi che provino come il Metodo possa eliminare gap di genere o socio-economici ce ne sono pochi, ma finora hanno tutti dato risposte positive» conclude Erica Moretti. «È in questa direzione che spero si muova la ricerca. Tra gli studi più importanti, quelli condotti da Angeline Lillard dell’University of Virginia, mettono a confronto i risultati ottenuti dagli alunni di scuole tradizionali, quindi con molte lezioni frontali e che raramente consentono ai bambini la libertà di sperimentare soluzioni e processi creativi individuali, e quelli di studenti di scuole Montessori. Le ricerche dimostrano che il metodo dell’educatrice italiana permette di sviluppare abilità cognitive e di socializzazione superiori o uguali a quelle promosse da scuole tradizionali, azzerando le differenze dei risultati scolastici per i sottogruppi che solitamente otterrebbero risultati più bassi. È quindi a partire da contesti in cui il rispetto delle naturali predisposizioni del bambino è al centro del curriculum che si può pensare di ridurre ed eliminare le differenze di genere, e quelle derivate dal background socio-economico.

Nell’immagine di apertura, una giovane Maria Montessori tratta dal documentario dell’AMI How the Inspirational life of Maria Montessori has impacted the World

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