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Figli di due culture

«Vedere i nostri figli felici, curiosi e appassionati alla vita, capaci di adattarsi e rapportarsi agli altri è la dimostrazione che una famiglia biculturale è un modello positivo». Christine, madre parigina e papà bergamasco, è ottimista, e ha ragione. Quando ha conosciuto Othman aveva 15 anni, frequentava la scuola francese, e lui era appena arrivato in Italia dalla Tunisia insieme ai genitori. Poi sono nati Ines ed Elias, che da qualche tempo ha cominciato a prendere lezioni di arabo. «Noi cerchiamo di essere autentici ed, essendo in Italia, in famiglia parliamo italiano. I nostri figli sentono abitualmente però anche il francese, il tunisino, l’arabo, e le lingue, lo sappiamo, aiutano a definire la propria identità. Elias, anche se ha solo 11 anni, questo lo sa, come sa che imparandole può sentirsi a casa in Paesi diversi. Per il resto, credo che l’esempio quotidiano sia importante: io non indosso il velo, non faccio il Ramadan, ma ho acconsentito alla circoncisione e alla sua richiesta di praticare il digiuno per mezza giornata. In casa festeggiamo anche il Natale e la Pasqua ed è mio marito, appassionato di cucina, a preparare la pasta fatta in casa, anche se gli amici continuano a chiedergli il suo fantastico cous cous di pesce. La nonna di Ines ed Elias ha deciso di mettere il velo a 73 anni, altre zie non lo fanno, altre ancora sono cristiane. Crediamo che educare a diversi sentimenti spirituali unisca, non divida, e so per certo che anche mia figlia, che ora ha solo tre anni, sarà libera di fare ciò che vuole». Potrebbe titolarsi Il mondo che vorremmo, la storia di Christine, ma dati alla mano, sappiamo che crescere a cavallo di due mondi non è sempre facile.

Doppia identità

Sono il 10,6 per cento dei minori, gli italiani di seconda generazione presenti nel nostro Paese. Lo dice l’Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza nel suo studio L’inclusione e la partecipazione delle nuove generazioni di origine immigrata, e sono loro che, con padre o madre provenienti da Balcani, Albania, Nigeria e Senegal, Pakistan e Cina, Ecuador e nord Africa, contribuiranno a dare una faccia nuova all’Italia del futuro. Una faccia sempre sorridente? «Negli ultimi anni è cresciuta la richiesta di psicologici che parlano arabo o inglese» dice Foad Aodi presidente de L’Associazione Medici di Origine Straniera in Italia e della Comunità del Mondo Arabo in Italia. «Un disagio dovuto in parte all’aumento di comportamenti discriminatori, soprattutto in età scolastica, ma anche alla crisi d’identità culturale che si trovano a vivere i figli dell’immigrazione post caduta del Muro di Berlino e Primavere Arabe. Sono ragazzi che si chiedono se sono italiani o arabi, cristiani o mussulmani… un disagio che spesso dipende da un nucleo familiare per primo poco integrato, dal vivere in quartieri e comunità chiusi in se stesse, ma soprattutto dalla mancanza di conoscenza di entrambe le culture: araba e italiana». Non è insomma, una mera questione di differenza religiosa, se si pensa che dei due milioni di mussulmani presenti in Italia, anche non provenienti dai paesi arabi, l’85 per cento è laico, ma di un problema di accesso alla conoscenza. «Chi ha avuto la possibilità di andare a scuola, magari completando l’intero ciclo, chi ha sperimentato liberamente diversi modi di vivere, vive la bi-culturalità come una ricchezza e non come una difficoltà o, in alcuni casi, una vergogna», conclude Aodi. Non è difficile da capire: a scuola i bambini e le bambine di genitori immigrati entrano in una comunità nuova. Il senso di appartenenza a una cultura, il rapporto con le proprie origini, ha molto a che fare con il modo in cui si viene accolti, con le possibilità offerte, e certo anche da un po’ di fortuna.

Straniero a chi?

«Alla scuola media mi sentivo proprio messo da parte, forse perché non sapevo bene la lingua, ma al liceo ho avuto tutt’altra esperienza e credo che questa accoglienza abbia contribuito al mio successo scolastico: conosco altri miei coetanei che non hanno avuto la stessa fortuna e non hanno nemmeno finito gli studi». Kerby è arrivato dalle Filippine con suo padre a 11 anni per raggiungere la madre in Italia già da nove. Si è diplomato con il massimo dei voti in uno dei più famosi licei milanesi e, come altri 8mila studenti di nazionalità straniera che nel 2018 si sono immatricolati nelle nostre università, ora frequenta il corso di laurea in fisica. «Mi sono chiesto spesso cosa sono: quando torno nel mio Paese mi accorgo che sono più emancipato, i ragazzi là escono meno la sera, i rapporti con gli adulti sono formali, il giudizio della comunità più pesante. In Italia frequento per lo più italiani, la mia lingua la parlo in famiglia o con i miei zii e sempre con loro osservo le feste tradizionali. È come se vivessi due geografie parallele, ma spesso sono io a spiegare ai miei genitori alcuni modi di dire o comportamenti tipicamente italiani che ancora non capiscono. Faccio da ponte insomma, da mediatore, e considerando che non credo tornerò mai nelle Filippine, se dovessi decidere sceglierei di essere italiano. Non ho la cittadinanza però, e anche se un pezzo di carta non può darmi un’identità, dal punto di vista pratico sarebbe utile». Utile a non sentirsi cittadini di serie B, per esempio. A partecipare pienamente alla comunità e alla costruzione del proprio futuro che, con molta probabilità, sarà ancora più internazionale di quello attuale.

Cittadini del mondo

La vera sfida è dunque far convivere, anche nella propria costruzione identitaria, modelli culturali diversi. Come in casa di Marcela e Paolo. Lei parla ceco con i bambini, lui italiano, ma capisce tutto perché da quando è nata la prima figlia frequenta corsi di lingua ceca organizzati dall’ambasciata. E così fanno, da quando avevano tre anni, Petra e Victor. «È stata una scelta condivisa da subito perché da una parte conosciamo i vantaggi di crescere bilingui, dall’altro era l’unico modo per dar loro la possibilità di comunicare con la mia famiglia» spiega Marcela. «E forse, dopo 15 anni in Italia, sentivo anch’io il desiderio di ricucire le mie radici, così ho iscritto Petra anche alla scuola della Repubblica Ceca che frequenta quando quella italiana è chiusa: la prima settimana di settembre e a giugno. Siamo consapevoli che il loro futuro potrà essere ovunque: stiamo solo preparandoli ad andare in qualsiasi direzione». E di direzioni, strade e Paesi, Serena, studentessa di seconda liceo, ne ha già viste tante. Nata in Giappone da padre italiano e madre cinese, è arrivata in Italia pochi anni fa. Parla cinque lingue, visto che il padre, Luca, fondatore della Eurasia Language Academy con sedi a Tokyo e a Milano, l’ha cresciuta in un contesto multilingue. Tuttavia, «Poiché per noi condividere le culture significa viverle» dice, «abbiamo voluto che Serena facesse esperienza dell’Italia non solo in vacanza». Ed è infatti nel nostro Paese che ha scoperto che le piace essere italiana: «Nei paesi orientali sono meno aperti, meno caldi. Continuo a preferire il sushi, quello vero, e mi manca la modernità del Giappone, ma penso anche che non potrei fare più a meno di questa facilità di conversazione. E anche se so che i miei compagni a volte mi vedono un po’ come un “cosa esotica”, e destreggiarmi tra tante lingue mi crea una certa pressione, stando qui ho imparato cosa è l’amicizia. Non so se mi sento italiana, giapponese o cinese, non so nemmeno se è importante saperlo, ma so che sono i miei amici a Pechino, con cui sono in contatto via social, a legarmi alla Cina, e quelli italiani a farmi apprezzare la mia parte italiana». Ed è così che una ragazzina di quindici anni ci spiega con parole semplici il significato profondo dell’identità e dell’appartenenza. A un luogo come a una cultura. Che questo, in fondo, sono le radici: null’altro che i legami che sappiano creare con le persone. (Nella foto di apertura un’opera di Sandile Goje Meeting of Two Cultures, 1993).

Inchiesta già pubblicata sul settimanale ELLE novembre 2019.

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Manuela Mimosa Ravasio è una giornalista professionista con una formazione da architetto. Ha lavorato per anni come caporedattore scrivendo di tendenze e lifestyle in riviste di turismo, cultura e attualità. Oggi svolge la sua attività da libera professionista offrendo anche consulenze in comunicazione, progettazione di contenuti e analisi su trend globali.

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