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fine della recita di fine anno

In questo strano giorno in cui, chiare più che mai, ci appaiono le conseguenze nefaste del patto tradito tra conoscenza e prevenzione, tra cura e futuro, devo scrivere quella che è la seconda, e ultima puntata, della vicenda Recita di fine anno. È un lieto fine, a mio parere, con qualche spunto di riflessione. Tralasciando la presa di coscienza della Scuola, che pure c’è stata, credo che i comportamenti più interessanti siano quelli avuti dalle dirette interessate: le mamme e donne, spesso lavoratrici. È stata una piacevole sorpresa scoprire che nel sottobosco dei mille impegni serpeggiava un comune sentire. Che molte si erano sentite sopraffatte dall’ansia di non riuscire a fare tutto, di non essere abbastanza presenti con i loro figli. Eppure perché, mi sono chiesta, se non in rari casi (unico il mio, forse), questa fatica non si è dichiarata come insoddisfazione e non ha impedito alle donne, nonostante tutto e tutti, di adempiere a ciò che veniva loro chiesto? In fondo, invece di abbandonarsi a mille sensi di colpa, invece di esigere prestazioni da wonder woman, bastava fermarsi un attimo e chiedersi: sono davvero io quella che deve fare a tutti i costi questa cosa? È davvero solo mio questo compito? Ho il tempo, e la voglia, di farlo? Domande che non ci sognamo neppure lontanamente di porre a noi stesse, preferendo alzare la nostra personale asticella tutte le volte ancora un poco… Non so quale modello ci abbiano inculcato per pretendere sempre e comunque così tanto da noi stesse (anzi forse qualche idea di modello ce l’ho e leggendo Ave Mary di Michela Murgia un vago presentimento potrebbe venire anche a voi), so solo che in nessun altro Paese europeo le donne sarebbero disposte a immolarsi così in silenzio. Perché, quindi, se c’è qualcosa che non va, semplicemente, non  lo dite? Se stare dietro a lavoro, scuola, famiglia sta diventando troppo, perché non provate ad allentare la morsa da qualche parte (non esattamente nell’ordine appena scritto), a chiedere aiuto? Ho scoperto che di fianco a me, tante donne silenti e pronte al sacrificio, erano uguali a me. Ma gli automatismi valgono anche per noi, così, invece di provare a dire no, fermi tutti, ecco che ci ritroviamo a testa bassa a dire: «Ce la farò, ce la farò». E il bello è che, nel 99 per cento dei casi, ce la si fa. A che prezzo però, non solo per noi stesse ma anche per l’educazione e l’esempio che diamo, non ce ne rendiamo conto. Soprattutto perché il cambiamento, almeno in questi casi, è a portata di mano. Anzi di parola.

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Manuela Mimosa Ravasio è una giornalista professionista con una formazione da architetto. Ha lavorato per anni come caporedattore scrivendo di tendenze e lifestyle in riviste di turismo, cultura e attualità. Oggi svolge la sua attività da libera professionista offrendo anche consulenze in comunicazione, progettazione di contenuti e analisi su trend globali.

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