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Giorgino, un rione di Cagliari insegna a giocare al “nonturismo”

È l’antico conflitto tra viaggiatore e turista, tra chi compra e chi condivide, chi occupa e chi partecipa, chi si sente ospite e chi padrone. Il turismo, di massa, quindi over e quindi sempre un po’ sporco e cattivo, quella cosa che vorremo fare ma non dichiarare, con un senso di colpa che neanche cresciuti in un collegio cattolicissimo. Fino a negare il turismo, pensare a un “nonturismo”, forse per trovare il senso del nostro vagare, per emendarci dall’inquinamento, culturale e materiale, che produciamo andandocene per il mondo. Però, è vero che qualcosa di nuovo, possibilmente non marketi(ng)zzabile, si debba definire per stare decentemente in compagnia dell’altro e dell’altrove. Esce domani, 6 maggio 2021, un libro bellissimo che fa parte della collana Nonturismo di Ediciclo Edizioni: si intitola Giorgino, che poi è un vecchio rione marino di Cagliari, un’isola nell’isola in cui il tempo sembra essersi fermato. L’ha realizzato, in tre anni di lavoro di redazione di comunità, Riverrun, hub di innovazione sociale e culturale del capoluogo sardo. Io (dopo averlo anticipato su Repubblica il 21 aprile) ne ho parlato con Lorenzo Mori, che di Riverrun è il direttore artistico e che ha dato il titolo “nonturismo” alla collana (alla cui co-progettazione lavora anche Sineglossa di Ancona). «È semplice: si chiama “nonturismo” perché non è turismo, e non abbiamo ancora il nome per quello che può diventare. Questo è un processo in divenire e in continua sperimentazione e il fine non è quello di indicare un’offerta sostenibile o di turismo esperienziale. E non è nemmeno una guida nel senso classico, solo uno strumento che aiuta a entrare in contatto con la comunità, ad attivare curiosità. L’interesse suscitato per il luogo parte sempre dalla vita delle persone che lo abitano e dall’incontro con esse».

Che poi la parola comunità sembra la formula magica del nuovo modo di pensare al turismo. Il rischio “washing” è dietro l’angolo, con quell’interesse crescente e un po’ sospetto verso le aree marginali, il rischio di spopolamento, la perdita di identità del territorio. Personalmente non sentivo parlare di genius loci così tanto dai tempi dell’università e siccome ho un buon naso, e siccome da sempre mi piacciono davvero le storie e le persone, mi metto al riparo dai fallimenti (e dalle lusinghe) che per natura arriveranno (cit.) . «Il fatto è che bisogna maneggiare con molta cura e con molta umiltà. Ergersi a salvatori o innovatori culturali forse “fa figo” ma non funziona, produce solo fake. A Giorgino all’inizio ci respingevano, e ci siamo interrogati su questa forma di rifiuto. Così ci siamo resi conto che avevamo un approccio standardizzato, che non andava bene per loro. Abbiamo ri-cominciato stando seduti per giorni in piazza ad aspettare, finché qualcuno è arrivato a chiacchierare e il progetto è partito», continua Mori. È nata così quella redazione di comunità, composta dagli abitanti del quartiere che si incontravano per conoscersi meglio e confrontarsi sul loro legame con esso, e con le incursioni di vari ospiti – artisti, creativi, economisti, urbanisti, botanici  – “che aiutano a trasformare i contenuti individuati dalla comunità in tanti racconti: narrazioni letterarie, esercizi allo sguardo, illustrazioni visionarie e immagini del passato, per restituire al viaggiatore lo spirito più autentico di un territorio”. Si legge nel libro…

Arriviamo quindi anche a quella liaison dangereuse che il turismo, o il “nonturismo” ha con la narrazione (storytelling, ma la dobbiamo proprio dire ancora questa parola…), io che lo so bene che se non esisti nella parola, nel racconto, non sei riconosciuto e difficilmente pure tu riconosci te stesso, con il rischio di entrare (personaggio solo secondario), nella storia (racconto) di qualcun altro. «La redazione di comunità serve alla co-ideazione di un racconto che non venga subito in maniera colonialista. Bisogna trovare le parole giuste per dire le cose, e le parole giuste le hanno solo loro. Quello che è stato chiesto e si chiede agli “ospiti” che giungono “da fuori” è di dare un contributo alla costruzione di questo racconto, al modo in cui gli abitanti di Giorgino possono pensarsi nel loro futuro. Uno sguardo nuovo che dia alla comunità un altro punto di vista, un altro modo per guardare anche a loro stessi», dice Mori. Quando si parla di costruzione di consapevolezza di una comunità, consapevolezza che sta alla base di ogni riscatto, è questo che si intende. Poi però bisogna misurarla, e l’unico metro è vedere cosa resta nella comunità quando tutto è finito, quali sono i processi di rigenerazione che ha attivato. «Ora ci chiamano perché un’associazione sportiva vuole riqualificare campi, perché vogliono una curatrice che li aiuti ad abbellire il villaggio con murales, pensano a come rendere il rione più accogliente, si stanno attivando per intervenire sul progetto di costruzione di un rigassificatore… Si sono create delle condizioni che possono produrre effetti nel futuro».

Va detto, per questo riscatto frutto di una nuova consapevolezza ci vogliono anni. Il tempo di solito non è un buon amico del marketing e degli slogan pubblicitari, ma tutto sommato è proprio questa una possibile ancora di salvataggio. Quando ho aperto il libro per la prima volta e ho visto l’uso del gaming fatto per invitare all’esplorazione di Giorgino, la parte che pensa sempre male di me ha dedotto che avessero usato uno dei contenitori di senso oggi sempre più spesso adottati nel raccontare luoghi e attività (si pensi ai musei o anche ai tour enogastronomici), ma mi ero sbagliata. «Sono stati gli abitanti di Giorgino a farci capire che la dimensione ludica era in un certo senso il loro modo di stare al mondo. C’è una cosa che succede e a cui abbiamo assistito nei tre anni che siamo stati lì: la sera i bambini vanno a bussare alle porte delle case del villaggio per chiamare gli adulti a giocare a nascondino, e gli adulti partecipano. Quando abbiamo chiesto perché lo facessero, hanno risposto che in quel modo anche loro, a loro volta, avrebbero giocato con i loro figli, e perché in fondo, giocare a nascondino non è una questione di età, ma di come ci si nasconde. A Giorgino si gioca ancora a Scialandroni, un antico gioco di carte, organizzano un super carnevale che dura un mese, e chiamano per nome, quasi fosse uno di loro, dal Santo Patrono Efisio al pino alto 13 metri portato lì da un’isola lontana che hanno trapiantato nella piazza, fino agli ormai 500 gatti… Il gioco è il loro legame sociale, un’attitudine di cui si sono riappropriati. Quello che abbiamo fatto, appurato questo, è chiamare una game designer, Marta Ciaccasassi, per progettare un gioco nuovo in cui declinare, anche con l’immaginazione, tutte le possibile strade che si percorrono a Giorgino».

Percorsi costruiti attraverso parole chiave (magari da tradurre con l’aiuto di un pescatore) da cercare sul territorio o sul libro con l’aiuto della mappa di gioco, cruciverba che si completano osservando un’edicola votiva, conta dei lampioni alla chiesa di Nostra Signora di Fatima, caccia al tesoro di barche il cui nome inizia con la lettera “F”, targhe commemorative che diventano cifrari, entrate furtive in villa per incontrare (forse) i proprietari… Nel libro si parla anche di un riadattamento locale di Giochi Senza Frontiere da loro rinominato La sfida delle strade e del loro progetto più ambizioso: partecipare con un carro al carnevale di Rio de Janeiro. Il gioco che rimane nelle mani dell’ospite è quello che si trova nell’app LOQUIS, per cui leggendo il QRCode nel libro si può accedere al canale dedicato di “nonturismo” ed esplorare il percorso della mappa che si trova nelle pagine 38 e 39, con punti di interesse per cui l’audio di realtà aumentata svelerà qualcosa di inedito sul luogo. Un QR Code fatto con tessere di marmo è stato messo nei pressi della panchina vicino alla Rosa dei Venti della piazza. Inquadrandolo si è rimandati a un link che raccoglie video e foto storiche del Villaggio da guardare (questo è il vero suggerimento) insieme agli abitanti.

Sull’Home Page di questo sito, sono in bella vista le parole di Italo Calvino: L’altrove è uno specchio in negativo. Il viaggiatore riconosce il poco che è suo, scoprendo il molto che non ha avuto e che non avrà. È questo, di fatto, il destino del turismo e dei turisti. Nell’impossibilità di conoscere davvero fino in fondo (l’altro e l’altrove), e nel nostro desiderio, mai mutato, di farlo. Il successo che negli ultimi tempi stanno avendo parole come comunità, rigenerazione, territori marginali (lo stesso Riverrun sta lavorando ora a Tufello, periferia di Roma con un libro previsto per dicembre 2022, e iniziando ad Altamura) impone solo di rammentare la difficoltà di questo esercizio. Spesso le riflessioni che ho scritto in questo anno pandemico (anno in cui molti media di turismo hanno semplicemente smesso di scrivere) sono state un esercizio per chiedere in primis a me stessa come raccontare il turismo senza offendere i tempi in cui viviamo. Quella cura e quella umiltà di cui parlava Mori all’inizio di questo post è la cura che si riconosce nelle pagine che tratteggiano Giorgino. Una cura che nasce dalla pazienza e dall’ascolto, che sia turismo o “nonturismo” non lo so, ma è una strada e vale la pena di percorrerla.

 

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