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giovani, donne e mediocrazia

Il giorno in cui è morto Steve Jobs ho twittato questo messaggio: «Immaginatevi il giovane Jobs in Italia. Immaginate cosa sarebbe riuscito a fare. Ecco, ora sapete quanto è messo male questo Paese». Basta poco, in fondo, per rendersi conto del gap tra noi e il resto del mondo. Non serve nemmeno che ce lo dica Mario Draghi a Sarteano che l’Italia sta bruciando il futuro dei giovani. Lo sappiamo. Sappiamo che il talento dei giovani, in coppia sempre con il talento delle donne, è spesso solo un argomento buono per dotte pagine di giornali, un atto dovuto per non sentirsi troppo lontano dai temi comuni dell’attualità. Ma alla fine nessuno ci dice perché questo Paese considera i giovani e le donne un fastidio e non una risorsa. Nessuno ci dice che cosa impedisce di valorizzare i talenti e le idee. Quando parlo con amici che lavorano all’estero, Stati Uniti, Spagna o Germania, la costante della differenza tra noi e loro non sta tanto nella gravità della crisi, quanto nella nostra incapacità cronica di riconoscere i meriti e il talento come risorsa. Di sostenere il rischio della capacità progettuale e non la sicurezza dell’immobilismo. Ditemi anche voi, dal punto in cui vi trovate, nei vostri posti di lavoro, nelle vostre associazione o partiti, se pensate davvero che la competizione professionale a cui assistet ogni giorno non sia truccata. Se il mediocre portaborse (mi si perdoni il maschile assoluto) che accompagna ogni mattino il capo al caffè, che si scambia con lui confidenze da Bar Mario e favori personali, il segretario di cordata per internderci, non sia ancora il “vincente”. E ditemi voi se tutto questo non ha a che fare con lo spreco del talento di giovani e donne. Mediocrazia, è così che la chiamano gli espertoni, non io. Mediocrazia, il cancro che sta sbattendo questo Paese ai margini della cultura, dell’economia, dell’Europa. Il cancro che si sta mangiando il futuro. Le cellule impazzite di questa malattia le ha certamente nutrite il berlusconismo che, come aveva ben scritto Roberto Perrotti in un pezzo già citato in questo blog (vedi post L’arte non è cosa nostra), ha infangato la nozione di competenza e azzerato ogni possibilità di riconoscimento del merito giustificando, abilitando, e persino culturalmente promuovendo, l’arrivismo senza regole, il giovanilismo senza contenuti, il familismo come rivendicazione (queste cose le aggiunte io, ndr). Ma ciò su cui sarebbe bene riflettere è che a questa epidemia di mediocrità nessuno è stato immune. Il pericolo della presunzione di innocenza è reale, e pensare che questa mala gestio nella e della selezione della classe dirigente (politica e non) abbia lasciato indenne qualcuno, di qualsiasi parte politica si tratti, è pura presunzione. Ciò vale, ahimé, anche per i giovani e per le associazioni e i movimenti femminili, dove la mancanza di una rappresentanza chiara ed eletta democraticamente, rischia di lasciar libero sfogo a personalismi arroganti stile Terry De Nicolò (ho visto tutto ciò in prima persona). E d’altra parte, simile arrivismo può sconcertare competenze e intelligenze preziose che preferiscono abbandonare il campo piuttosto che proseguire in una lotta squallida e priva di contenuti (e anche questo l’ho visto), esattamente come un giovane sceglie la strada dell’emigrazione davanti alla frustrazione continua del suo talento. Ho sempre sostenuto che le donne dovrebbero far loro, e anche dentro di loro (intese come movimento), la battaglia per il merito. Lo ripeto. Sarebbe veramente una fatale ingenuità pensare che una cultura in cui viviamo da quasi 20 anni non abbia modificato geneticamete, e generazionalmente, la percezione delle regole, etiche e democratiche. A volte penso che la cosa politicamente più coraggiosa che si potrebbe dire ai giovani e alle giovani (ma forse non solo a loro) oggi è: «Faticate, impegnatevi, studiate, e i più, le più meritevoli, garantito, ce la faranno». Sarebbe davvero una grande rivoluzione, un regalo per il futuro, una segnale concreto che qualcosa sta cambiando.

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Manuela Mimosa Ravasio è una giornalista professionista con una formazione da architetto. Ha lavorato per anni come caporedattore scrivendo di tendenze e lifestyle in riviste di turismo, cultura e attualità. Oggi svolge la sua attività da libera professionista offrendo anche consulenze in comunicazione, progettazione di contenuti e analisi su trend globali.

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