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Humans of Cinque Terre. Ecco il libro

Si chiamano Massimo, Folco, Bruno. Margherita, Catò e Amy. Sono alcuni tra i cinquanta Humans of Cinque Terre  intervistati in questi due anni da Filippo Lubrano e Andrea Luporini, che insieme animano a La Spezia I Mitilanti, un’associazione di promozione culturale. Il 21 giugno presentano per la prima volta il libro frutto di questo lavoro. Ho contattato Filippo perché, a parte il rigurgito delle mie radici spezzine, da tempo li seguo su Instagram  e finalmente ho trovato una narrazione delle Cinque Terre rispettosa della vocazione originaria del luogo (visto anche uno dei miei ultimi post sul tema). Ecco cosa mi ha raccontato.

Come è venuta questa idea?

Ho vissuto a New York nel 2016 e lì mi sono innamorato del progetto di Brandon Stanton Humans of New York. Tornato a La Spezia ho pensato di riprendere il concept e contestualizzarlo alle Cinque Terre. E ho coinvolto anche il fotografo Andrea Luporini, che ha una sensibilità particolare nel fare i ritratti, improntata al verismo. Quanto a me, come si vede, ho sempre voluto “scomparire” dal testo. Nei video non si sente la mia voce, ma solo quella delle persone che ci hanno aiutato a non disperdere la tradizione orale delle Cinque Terre. Così il mio lavoro è stato in gran parte di taglia e cuci.

Avete iniziato a lavorare poco prima della pandemia e presentate il libro adesso, cosa è cambiato?

Nel 2019 il problema principale delle Cinque Terra era l’overtourism, tre milioni di turisti che ogni anno si riversavano in questi piccoli borghi. Tutto questo ha contribuito a una sorta di musealizzazione del territorio che sta rischiando di perdere la sua autenticità e identità. Il Covid ha fornito la possibilità di sperimentare di nuovo il territorio come era una volta. In un certo senso di riappropriarsene, cosa che hanno fatto anche molti giovani.

Come avete scelto le persone da intervistare?

A caso, la maggior parte. Abbiamo fatto 50 interviste di cui la metà saranno solo nel libro e vanno da chi pulisce i bagni della stazione di Riomaggiore a Michelangelo Pistoletto. Il caso secondo me è il miglior romanziere del mondo. Una volta ero in spiaggia a Vernazza e ho visto un gruppo di ragazze che facevano un addio al nubilato. Mi sono avvicinato e ho cominciato a parlare con la futura sposa, che poi ho scoperto era fidanzata con un mio amico… Poi anche una coppia di turisti tedeschi che da vent’anni vengono e vanno da Zio Bramante a Manarola. Abbiamo davvero incontrato tutti, e di tutte le età.

Qual è l’intervista a cui sei più affezionato?

Sono due. Quella di Massimo, barista camminatore di Vernazza, che praticamente è stata un unico flusso di coscienza. Mi ha raccontato la sua vita e io sono stato lì ad ascoltare, rapito, per un’ora e mezza. Mi ha aperto il cuore. E poi padre Renato del convento dei Cappuccini di Monterosso. Da ateo, mi sono commosso e ho sentito delle vibrazioni particolari.

Cosa sperate che succeda dopo questo lavoro?

Sicuramente provare a rallentare il turismo: il turista medio si ferma alle Cinque Terre una giornata e in questa giornata si fa un selfie con le case colorate dietro e se le vede tutte e cinque. La permanenza di solito è poco più di una notte. Noi crediamo che alla fine siano loro per primi a perdersi molto, non entrando veramente a contatto con il territorio. Invece di andarsi a fare il solito selfie, forse è meglio farsi una chiacchierata con Anselmo di Manarola.

E sei sicuro che sia quello che vogliono anche gli abitanti?

Molti di quelli con cui abbiamo parlato sono legati al turismo e sono consapevoli che piano piano si riprenderà a ritmo di prima. L’anno scorso c’è stato un calo del 75 per cento e nonostante questo le Cinque Terre non erano deserte. Forse i 2500 affittacamere che negli ultimi anni sono nati a La Spezia sì, ma le Cinque Terre sono così piccole che si saturano facilmente. Certo in molti stanno cominciando a dire che pur di salvaguardare il loro territorio sono disposti a rinunciare a qualcosa.

Pensi quindi che sono pronti ad andare verso un altro tipo di turismo?

Penso di sì e speriamo che il nostro lavoro contribuisca in tal senso. D’altra parte, anche la presidente del Parco Cinque Terre http://www.parconazionale5terre.it Donatella Bianchi sta andando in questa direzione immaginando un futuro dove gli stessi abitanti lavorano per nutrire per primi gli animali del Parco. Solo fino a 25 anni fa qui il turismo non esisteva, è tutto cresciuto all’improvviso.

In tutte queste storie raccolte, sei riuscito a trovare un’identità comune?

Guarda, la cosa singolare che normalmente se è vero che all’interno di una Terra si conoscono tutto, appena nomini una persona di un’altra, dicono di non conoscerla. Ogni borgo conosce sé stesso, come se fosse rimasto chiuso, non so se è un atteggiamento… Certo, i più giovani sono più aperti, ma è singolare come, nonostante l’invasione di turisti da ogni parte del mondo, conservino questa loro “chiusura”.

Che tipo di rete siete riusciti a costruire sul territorio?

Ci siamo appoggiato all’Associazione Tu Quoque  di Margherita Ermirio, la madrina dei muretti a secco. E poi l’Associazioni Radici a Manarola che lavora per recuperare i mulini. E poi ovviamente il Parco Nazionale…

Cosa resta da dire? Da spezzina: Belìn raga, che belo!

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Manuela Mimosa Ravasio è una giornalista professionista con una formazione da architetto. Ha lavorato per anni come caporedattore scrivendo di tendenze e lifestyle in riviste di turismo, cultura e attualità. Oggi svolge la sua attività da libera professionista offrendo anche consulenze in comunicazione, progettazione di contenuti e analisi su trend globali.

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