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il prezzo della bellezza

Sono 75 mila in tutta Italia. Giovanissime, e la più parte lo fa, dicono, per pagarsi gli studi o, semplicemente, per guadagnare “facile”, e soprattutto molto di più di quello che offrirebbe un qualsiasi impiego precario. Sulle webcamgirl, c’è persino chi ci ha scritto un manuale, anche perché il fenomeno è in ascesa, con tanto di forum e annunci lavoro (mi spiace, ma questa volta i link non li metto). Farlo è facile, tanto che a scuola le ragazzine hanno cominciato a farlo per scherzo, per gioco. Ma in modo intuitivo hanno già bello che capito, e messo in pratica, ciò che il professor emerito Daniel S. Hamermesh, spiega nel suo libro Beauty Pays (La bellezza paga) presentato a giugno al Festival dell’Economia. Sì, dell’Economia, perché la bellezza, come sottolinea anche un articolo su La Stampa di oggi, ha un valore monetario: si guadagna di più, si sposano uomini con redditi più alti, si ottengono più facilmente i mutui in banca. Da instancabile idealista, ero rimasta all’ideale dostoevskiano di Bellezza, ma davvero una cosa non mi torna. Perché se la bellezza fosse veramente un buon investimento economico, durerebbe nel tempo, e invece, il valore, statistica docet, se ne va con il passare degli anni. Inoltre, sempre il suddetto professore emerito, di recente si è concentrato su un altro lavoro ancora non pubblicato, Beauty is the promise of happiness?, perché, è bene ricordarlo,  anche la felicità ha un valore economico: ce l’ha insegnato il Premio Nobel per l’Economia Daniel Kahneman. Si tratta quindi di porre i due guadagni sulla bilancia: quello che ci si mette in tasca facendo della bellezza una merce, e quello che si ottiene avventurandosi nella, spesso affannosa, ricerca dell’oro della felicità. Questo vorrei dire alle 75 mila webcan girl. Non c’è nulla di moralistico in questo post, neppure un accenno (e ci sarebbe da scriverne interi libri) sulle conseguenze dell’uso distorto dell’emancipazione femminile, neppure una riflessione sull‘illusorio ribaltamento dei giochi di potere donna-uomo che sta dietro la webcam (e anche qui studi a valanga), nemmeno la minaccia psicologica che la vita virtuale è più lunga, ahimé, di quella reale, e che se un giorno dovreste pentirvi di ciò che avete fatto (succede sempre, perché di sbagli se ne fanno), non potrete mai cancellarlo. Niente di tutto ciò. Solo un conto economico. Che per voi, mi spiace, è in perdita.

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Manuela Mimosa Ravasio è una giornalista professionista con una formazione da architetto. Ha lavorato per anni come caporedattore scrivendo di tendenze e lifestyle in riviste di turismo, cultura e attualità. Oggi svolge la sua attività da libera professionista offrendo anche consulenze in comunicazione, progettazione di contenuti e analisi su trend globali.

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