Educazione
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Il risparmio si impara da piccoli

In un recente articolo per Il Corriere della Sera, Annamaria Lusardi, docente della George Washington University School of Business e direttrice del Comitato per la programmazione e il coordinamento delle attività di educazione finanziaria (Edufin), ha dichiarato che “Non avere una conoscenza adeguata degli strumenti finanziari non permette di valutare bene i rischi” e, in tempi di Covid, i rischi, abbiamo visto, sono tanti. Della mancanza di un’alfabetizzazione finanziari ho scritto più volte negli anni (qui alcuni articoli) e poco si è mosso. Tutti concordano che sarebbe bene insegnare i rudimenti della finanza iniziando già dalle scuole primarie, senza contare cosa dovrebbero sapere i nostri adolescenti. Ottobre sarà il Mese dell’educazione finanziaria  con laboratori, incontri e webinar disponibili sul portale Quello che Conta. Tempo fa io ho scambiato invece due chiacchiere con Giovanna Boggio Robutti, direttrice generale di FEduF, Fondazione per l’Educazione Finanziaria e al Risparmio dell’Associazione Bancaria Italiana, e questo è quello che mi ha detto.

«I primi che hanno comportamenti economici poco efficienti siamo noi adulti. In Italia si parla poco di denaro: lo usiamo, ma non ce ne occupiamo ed è questo che si riflette sui bambini. Eppure oggi il contatto con i soldi avviene sempre prima: si pensi ai giochi on line, all’acquisto di app, allo shopping sempre più spesso fatto sul web. Non dovremmo mai dimenticare che i bambini, e le bambine, ci guardano. In ogni momento. Ci guardano quando paghiamo con una carta o con un clic, quando preleviamo da un muro (il bancomat), o accediamo a un servizio, come Netflix o Spotify, usando un semplice dispositivo: i soldi diventano qualcosa di impalpabile, non vengono mai contati concretamente, e sembrano infiniti. La prima cosa che si dovrebbe fare quando si parla di educazione finanziaria quindi è proprio ridare, anche con le parole, il giusto valore al denaro. È quello che noi di FeduF facciamo in tutte le scuole, a cominciare da materne e primarie. Non è troppo presto. Dai 2 ai 4 anni, come indica la National Endowment for Financial Education, si può insegnare a riconoscere le monete e classificarle in base alla forma, o magari regalargli un salvadanaio trasparente che mostri i soldi all’interno. In fondo, bambini e bambine iniziano a maneggiare il denaro quando perdono i primi dentini. Insegnare loro a metterli da parte è il primo atto educativo al risparmio. Un’azione che, soprattutto per le nuove generazioni, la cui pensione dipenderà per il 40 per cento dalle somme accantonate nell’arco della vita, è fondamentale per il loro benessere, economico e non.

Certo, l’educazione finanziaria è un carico in più per i genitori. E lo è per la scuola, dove questa competenza è praticamente assente, anche se nell’ultimo anno scolastico ai nostri programmi didattici si sono iscritte 1.656 classi per un totale di più di 39 mila studenti. Ma è importante perché avere consapevolezza dell’uso del denaro significa anche riconoscere la differenza tra il costo e l’effettivo beneficio di oggetto, evitando così l’eccessivo consumismo, significa capire l’importanza della solidarietà, della donazione, della legalità, delle tasse. Il denaro, inteso come strumento di benessere, costa tempo e fatica, e non piove dal cielo. Non bisogna temere di dire questo ai bambini. O aver paura che siano concetti noiosi. Sul nostro sito per esempio si può scaricare gratuitamente il libro Fiabe e Denaro, che favorisce una corretta alfabetizzazione economica fin dalla tenera età; ci sono giochi da fare in famiglia; gli spettacoli di neuromagia, con un giovane mago e uno psicologo che mettono in scena i nostri “buffi” comportamenti economici; o il sussidiario di economia per tutti Il denaro di Pinocchio e il nostro. Insomma, gli strumenti ci sono. Facciamo solo attenzione a usarli in modo paritario con maschi e femmine. Le ricerche dicono che ancora si tende a dare una paghetta più consistente ai maschi, cosa che apre la strada a questioni salariali future. Il Gender Pay Gap inizia anche così».

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