Me.
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la giovine italia

Ieri la metropolitana rigurgitava persone. Il caso ha voluto che io incontrassi una giovane collega precaria che mi ha dato un passaggio per arrivare al lavoro. 45 minuti di traffico e di rivalità automobilistiche in cui però si sono salvate belle parole. Sempre il caso ha voluto che questa collega sia nata il mio stesso giorno, alla stessa ora, ma dieci anni prima. Quanto basta per essere vista come una di un’altra generazione, cresciuta in un altro pianeta, lontana nelle esperienze e nelle emozioni. Non posso certo biasimare questa sua percezione: capisco bene come una diversa condizione esistenziale possa generare un confrontoscontro generazionale talvolta più forte di quello dato della semplice differenza anagrafica. Io e Chiara siamo così lontanissime. Separate più da come ci muoviamo, o possiamo muoverci, nella vita di tutti i giorni, che non dalla nostra età. Di fatto, potremmo essere sorelle. De facto, siamo quasi nonna e nipote. E questi sono stati i ruoli durante il nostro dialogo. L’ho ascoltata attentamente, Chiara. Quando mi descriveva l’unica realtà professionale che lei aveva mai conosciuto: una realtà senza diritti, e per lo più vissuta sotto ricatto, fatta di ritmi lavorativi ai limiti dell’autismo sociale, e di lavori cambiati più per esigenze contrattuali che per crescita professionale. L’ho ascoltata quando mi parlava del quotidiano confronto con chi, per semplice scheda anagrafica, si trova ad aver tutto quello che lei non avrà mai: tempo libero, stipendio sicuro, sicurezza nella posizione sociale, certezza della maternità. L’ho ascoltata, poi, a un certo punto, le ho fatto una domanda. Perché veramente, io non capisco, come a nemmeno 30 anni, si possa essere così rassegnate. Perché non capisco, come si possa solo pensare che questo piegarsi a un  sistema che lei stessa giudica suicida e malato, possa in qualche modo cambiare le cose. Come si possa pensare che, con il tempo (forse), soddisfacendo al massimo le richieste dei capi (forse), si possa in qualche modo ottenere qualcosa (forse). «Di tutte, le mie amiche», mi ha detto Chiara, «solo due o tre sarebbero disposte a mettersi in gioco, a rischiare, per provare a fare qualcosa. Ma poi, come? E per che cosa? Se penso al mio futuro, io non me lo so immaginare». Ecco. Non riesco a togliermi questa frase dalla mente. Sui muri di Parigi, nel famoso e per noi solo cinematografico Sessantotto, si leggeva L’immaginazione al potere. Oggi, parafrasando lo slogan di Herbert Marcuse, mi sentirei di dire che l’immaginazione è potere. Perché la mancanza di idee e di progetti è il più grande anestetico sociale di sempre. Non disegnarsi un futuro, anche solo con la forza del desiderio, significa rinunciarvi in partenza. Così, care Chiare di tutta Italia, giovine d’Italia, in questo giorno di festa tricolore, spero che comiciate a fare una riflessione su quello che volete veramente. Spero che vi destiate, per dirla con le parole di Mameli, e smettiate di ragionare come vuole Steve Jobs, secondo il quale: «La gente non sa quello che vuole finché non glielo si mostra». Purtroppo per voi, il vostro futuro, non si trova sugli scaffali di un Apple Store.

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Manuela Mimosa Ravasio è una giornalista professionista con una formazione da architetto. Ha lavorato per anni come caporedattore scrivendo di tendenze e lifestyle in riviste di turismo, cultura e attualità. Oggi svolge la sua attività da libera professionista offrendo anche consulenze in comunicazione, progettazione di contenuti e analisi su trend globali.

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