Educazione
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Quella muta eloquenza dei materiali Montessori

Cosa dovremmo tenerci stretto del lascito di Maria Montessori? Mettiamo che dovessimo scegliere, che sarebbe già un lusso, tra le tante lezioni che ci ha lasciato la scienziata italiana, quale sarebbe quella utile ancora oggi, anzi soprattutto oggi che il tema “scuola” sembra prioritario? Questo è stato lo spirito con cui è nata l’inchiesta pubblicata su IODonna il 22 agosto, e nelle mie conversazioni non poteva mancare il presidente dell’Opera Nazionale Montessori, l’ente che sostiene sotto il profilo metodologico tutte le scuole che adottano il metodo Montessori, Benedetto Scoppola. Quello che ci siamo detti al telefono in un pomeriggio di metà luglio  è stato riassunto per ragioni giornalistiche sul settimanale del Corriere della Sera. Questa invece è l’intervista integrale.

Se dovesse scegliere un principio montessoriano, quale sceglierebbe? 

Sceglierei il fatto di rendere il bambino protagonista di quello che fa attraverso materiali ben pensati e su cui il bambino può fare delle scoperte. C’è un ossimoro che spiega tutto questo ed è “la muta eloquenza del materiale”. E ci dice del fatto che se un materiale  è fatto bene, dice ai bambini tutto quello che serve, a patto naturalmente che i bambini spendano con esso il loro tempo. Il materiale montessoriano insomma ha una sua eloquenza, e per la matematica, che è poi la cosa di cui mi occupo, questo è particolarmente vero.

Va anche detto che però Montessori diceva che il materiale da solo, senza lo sguardo giusto sul bambino, non è magico…

Certo, la muta eloquenza è fatta anche di una relazione ricca con il docente. Il che significa, in termini montessoriani, non che il docente parla tanto e interviene molto, ma che ha abituato il bambino a esserci nel momento del bisogno e che sa dare loro le cose che gli servono nei tempi e modi giusti.

Visto questi di tempi, viene da dire che questa “relazione ricca” con la Didattica a Distanza non si può fare… 

La DaD ha senso quando c’è stata prima una costruzione di una relazione. Nel caso delle scuole Montessori, questa relazione si è costruita con l’interazione dell’ambiente di cui il docente fa parte e tutti i bambini hanno così una relazione ricca con la loro vita educativa. In adolescenza, per quanto possa sembrare il contrario, questo vale quasi ancora di più, visto che la relazione con il docente è più forte. Nel nostro caso, dovremmo ammettere che è stata come un palliativo, meglio di niente. E la cosa in un certo senso vale anche per le lezioni universitarie, di cui ho esperienza diretta. Sono lezioni prettamente disciplinari per cui sembrerebbe che la  DaD possa andare bene, ma non è vero. Anche qui la relazione esiste: durante l’anno scolastico io mi sono sforzato di fare una didattica con i tempi lenti della lavagna, come se fossi stato in aula a spiegare matematica analitica con il gessetto… ebbene ora che sto facendo gli esami ho visto che molti ragazzi si erano messi una lavagna in casa… Insegnare, ma soprattutto imparare, è un fatto di relazione. In caso contrario potremmo prendere i filmati del premio Nobel Richard Phillips Feynman e diventare tutti bravissimi, ma non è così.

Nelle scuole Montessori si parla anche molto di didattica tra pari, rientra anch’essa in questa costruzione della relazione?

A tutti i livelli. Nella scuola il tutoring è fondamentale. Recentemente abbiamo visto anche una tesi di dottorato in cui si evince che quando le cose passano attraverso la manipolazione di materiali e la discussione degli stessi tra ragazzi, i concetti appresi si apprendono e si ricordano meglio rispetto all’insegnamento nel modo tradizionale. Ed è importante anche il tutoring in verticale, ovvero dare la possibilità ai ragazzi un po’ più grandi di insegnare a quelli più piccoli: a Milano, per esempio, dove è stato fatto, i risultati sono stati positivi. È ha funzionato benissimo anche quando quelli più piccoli preparavano qualcosa da far vedere ai grandi…

È un modo anche per accrescere competenze come le così dette soft skill, l’intelligenza emotiva, di cui le nuove generazioni sembrano carenti?

Io penso che se “manca” qualche cosa ai ragazzi è perché sta andando in crisi, e forse per fortuna, un modello puramente trasmissivo della cultura. Certo, va detto anche che i giovani sono meno abituati di noi a vedersi in un aula a lavorare insieme su una cosa. Sono super connessi al telefono e al pc, ma prendersi del tempo per stare insieme e lavorare su un problema, un concetto, è cosa che succede di raro. La relazione tra esseri umani è d’altra parte un tipo di comunicazione costruita in millenni, è fatta di percezioni, emozioni, scambio, non è una cosa che può essere sostituita da uno strumento in poco tempo…

Intervista realizzata il 16 luglio 2020

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