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la politica dei desideri

Questo post potrebbe essere inteso anche come una lettera aperta a Nichi Vendola, ma, ancora, una volta, non vorrei che fosse confinata a un dialogo personale una riflessione comune. Certo, riconosco che, avendolo ascoltato sempre con molta attenzione, Nichi Vendola è capace di usare messaggi e linguaggi nuovi, forse i più nuovi, nel panorama politico di questo Paese. Solo una settimana fa, nel bel mezzo di una competizione politica tutta interna al centro sinistra che sempre più assomiglia a un abllo dei/delle debuttanti/e, Vendola dichiarava: «Mi voglio sposare con confetti e fiori d’arancio». Un desiderio legittimo, finanche un sogno che molti, e molte tra chi ancora crede nelle favole, anelano coronare. Poi ieri, ecco una seconda dichiarazione: «Voglio un figlio». Anche questo, desiderio legittimo e ampiamente condiviso con migliaia di uomini e donne che, per diversi motivi, si trovano costretti a posticipare, se non a negarsi, il desiderio di genitorialità. Poiché penso che Nichi Vendola sia un uomo di fine intelligenza politica, stento a  credere che queste sue esternazioni non siano anche un messaggio politico. O, perché no, persino un assaggio del suo programma politico. Del resto, siamo figli di un linguaggio e di un dibattito che da anni mescola personale e pubblico, desideri individuali con diritti dei singoli. Abbiamo creduto che dentro un programma di un partito ci potesse stare persino la sconfitta di una malattia come il cancro (e chi non lo desidera?), e ancora in questi giorni, abbiamo sentito usare parole legate a sentimenti come il dolore e la malattia, per identificare comportamenti che più semplicemente andrebbero definiti usanto il termine delinquenza. Non tumore. Eppure è così. Anche se per sconfiggere la corruzione basterebbe votare politici onesti e punire veramente i delinquenti, mentre per sconfiggere il cancro non basta la stessa coerenza di azione. E allora, caro Nichi Vendola, eccomi al punto. Perché vede, se i desideri sono legittimi, ed è legittimo perseguirli, non per questo si può proporli con la stessa forza di una battaglia per i diritti di tutti/e. Desiderare di avere un figlio, una famiglia (magari felice), una relazione amorosa forte, sono desideri comprensibili a chiunque. Purtroppo però, non basta una legge, una norma amministrativa, per garantire tale felicità. E per fortuna. D’altra parte, dietro ai suoi desideri, ci sono anche quelli delle persone che concorrono a soddisfarli: c’è il desiderio di un bambino/a che vuole, insieme magari, una figura paterna e una materna, e c’è il desiderio di una donna di esser anche madre, magari, e non semplicemente un contenitore di una Vita da cui, per ragioni diverse ma quasi mai felici, si deve allontanare. O forse, a rileggere bene le ultime due righe, questi sì che non sono desideri, ma diritti. Il mio timore, lo dico con sincerità e apertura, è quello di essere ancora intrisi nello spirito della Casa delle Libertà in cui ognuno di noi, in quanto libero, crede semplicemente di fare quello che vuole. E invece la libertà è gioia, e diritto, complesso, che si relaziona con le gioie e diritti degli altri, a volte regalandoci la sensazione che poi, alla fine, non siamo così selvaggiamente liberi. Si chiama democrazia, non è un sistema perfetto, ma finora è il migliore che abbiamo. Ecco, non vorrei che questo equivoco, di linguaggio e di pensiero, si ripercuotesse anche sui desideri-diritti. Questo è un Paese che è rimasto tragicamente indietro. La politica è tragicamente indietro, molto di più di quanto sia la società civile. E se Angela Merkel una settimana fa, riferendosi alla presenza gay nel campionato di calcio tedesco, ha detto che nessuno deve aver timore di dichiarare la sua omosessualità perché il sistema Germania è pronto per accettarla, in Italia dovremmo forse dire il contrario: «Non curatevi dell’arrettratezza della politica italiana, noi, gli italiani e le italiane, viviamo ogni giorno la normalità e la pari dignità di ogni scelta sentimentale o sessuale». Però il rischio di usare ancora modalità e linguaggi vecchi c’è. Di cadere ancora in quella spirale verso il basso che è incapace di uscire dall’individualismo, dai desideri personali scambiati per diritti condivisi (e condivisibili). Spostare tutto della dimensione pubblica a quella privata non è la soluzione. È facile, ma non è la soluzione. I fiori d’arancio, i confetti, un figlio o forse più, sono in fondo un orizzonte un po’ piccolo per questo Paese. E se guardiamo all’Europa, più che un orizzonte sono un punto di partenza. Francamente, io che ho un figlio di nove anni che già da per scontato che ci siano coppie diverse ed eventuali, vorrei guardare dove guarda lui. Avanti.

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Manuela Mimosa Ravasio è una giornalista professionista con una formazione da architetto. Ha lavorato per anni come caporedattore scrivendo di tendenze e lifestyle in riviste di turismo, cultura e attualità. Oggi svolge la sua attività da libera professionista offrendo anche consulenze in comunicazione, progettazione di contenuti e analisi su trend globali.

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