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La retta via

Come, ogni settembre, all’inizio dell’anno scolastico, ecco che spunta l’articolo sulla retta non pagata delle mense scolastiche e la conseguente esclusione dei bambini e delle bambine al rito del pranzo comune. Repubblica ne ha fatto un’inchiesta, che comunque appare meno importante della rotazione della Costa Concordia, della decadenza di B. o delle notizie del lunedì sportivo. Il cibo, o la sua mancanza, d’altra parte, sono argomento da Paesi del Terzo mondo, quelli in via di sviluppo, e non certo di una potenza industriale come la nostra. Mangiamo tutti, si crede, almeno una volta al giorno, e forse pure troppo. Un piatto negato, quindi, pare non essere poi così grave. Non è la fame, ma la retta non pagata, i soldi non dati al servizio pubblico della mensa scolastica, i pagamenti elusi. Questi sono gli argomenti, questo è il problema. Forse le cose cambierebbero se avessimo il coraggio di prendere un’altra strada per arrivare al cuore delle cose – la retta via appunto -, se trattassimo l’argomento per quello che è: togliere il cibo e affamare. È cosa così disdicevole per un Paese come l’Italia che ha debellato l’incubo-fame come un’epidemia di vaiolo? Perché se la fame non esiste, e noi crediamo che sia così, togliere il cibo non ha nessuna conseguenza. Se il problema “fame”, è di un altro mondo, il Terzo, affamare non può essere la conseguenza di una nostra azione. È da questa illusione che nascono simili scellerate decisioni. Convinti di essere superiori e lontani dalla “fame”, possiamo senza alcuna remora negare la mensa ai nostri figli. Siamo ormai tutti un po’ candidamente ignari come quella Maria Antonietta che rispondeva al bisogno del pane con un famigerato S’ils n’ont plus de pain, qu’ils mangent de la brioche. Meglio risvegliarci in fretta da questo sogno, o meglio illusione, di superiorità. La fame in questo Paese esiste, mentre in un ospedale pubblico romano una bambina moriva a causa di un’emorragia provocata dall’uso di un catetere per adulti. Avevano finito quelli pediatrici. Se non ci svegliamo ora, meglio rimanere narcolettici per sempre.

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Manuela Mimosa Ravasio è una giornalista professionista con una formazione da architetto. Ha lavorato per anni come caporedattore scrivendo di tendenze e lifestyle in riviste di turismo, cultura e attualità. Oggi svolge la sua attività da libera professionista offrendo anche consulenze in comunicazione, progettazione di contenuti e analisi su trend globali.

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