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Le nuove architetture del vino

«È finito il tempo delle archistar. I progettisti che oggi stanno ripensando le architetture del vino tengono a bada il proprio ego a favore di funzionalità e sostenibilità». Parlava così Tony Chambers, direttore creativo e consulente di design, qualche settimana a Academia Berlucchi, una sorta di moderno simposio voluto dalla famiglia Ziliani sui temi di sostenibilità, territorio e innovazione. Ciò non significa che le nuove architetture del vino non siamo spettacolari, se mai, che lo sono in un modo nuovo. Più intrecciato a produzione e cultura del vino, e fedele alla geografia in cui questi edifici sono inseriti. D’altra parte oggi, se si costruisce “su” e “per” la Terra, non si può non parlare di sostenibilità. «Non solo ambientale però» continuava Chambers, «bisogna tener conto anche degli esseri umani che abitano e lavorano in una costruzione, altrimenti la sostenibilità architettonica diventa un gesto vacuo».

Che è poi quello che dice Hikaru Mori dello studio ZitoMori per il progetto della nuova cantina Masseto a Bolgheri, quando afferma che l’edificio è fatto per ospitare un insieme complesso di attività umane e tecnologiche. Il tutto in simbiosi con collina e vigneto, tanto che dall’esterno sono visibili solo l’area di ricezione delle uve e la vecchia casa a due piani (sopra la Barrique Room). Il resto è scavato, interrato, cosa che riduce al minimo le esigenze di riscaldamento e raffreddamento, e che ben racconta, con superfici ruvide e volumi intagliati, il lavoro dietro il ciclo produttivo e la conservazione del vino. Persino Norman Foster, che a Bordeaux sta lavorando alla cantina Le Dôme (inaugurazione primavera 2021) ha fatto un passo indietro a favore di ambiente (il territorio è Patrimonio Unesco) e processo di vinificazione. Processo che diventa il cuore dell’edificio e che i visitatori possono seguire nelle diverse fasi attraverso due rampe, mentre dalla sala di degustazione, illuminata con luce naturale, possono vedere, in basso, gli spazi di produzione e stoccaggio.

Un rendering del progetto dello studio  Norman Foster per Le Dome a Bordeaux:

La rappresentazione del vino, in un’epoca di forte crescita di turismo enogastronomico, deve essere d’altra parte raccontata anche attraverso l’architettura. Lo sa bene Cantina Bolzano, che riunisce i soci viticoltori della provincia altoatesina, e che della sua nuova sede di San Maurizio ha lasciato a vista un prisma rivestito da una “pelle” che richiama quella della foglia di vite e da cui filtra la luce, rendendolo visibile anche di notte (nella foto di apertura). È lì che ci sono rivendita e sala degustazione, mentre gli altri cinque livelli voluti da Egon Kelderer, spariscono nella collina su cui sono piantati i vigneti. Un’organizzazione verticale che ha permesso di sfruttare la gravità per la vinificazione a caduta, mentre la temperatura costante garantisce un minore dispendio di energia. Quella di Bolzano è la prima cantina certificata CasaClimaWine®, mentre è una spagnola, la Beronia Bodega Rueda, a ricevere in Europa la prima certificazione LEED® (acronimo di The Leadership in Energy and Environmental Design), che definisce gli standard delle costruzioni sostenibili. Progettata da Gonzalo Tello/IDOM, anch’essa strizza l’occhio all’enoturismo, in un edificio interrato per metà, realizzato con materiali naturali e sostenibile al cento per cento grazie a una caldaia a biomassa, al riuso dell’acqua, piovana e non, per irrigare giardini e vigneti, al totale isolamento termico, e all’illuminazione naturale combinata con led regolati da sensori fotoelettrici. Un design ecologico al servizio dell’efficienza energetica e dei vini, loro sì, vere star.

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