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Le case che siamo (diventati)

Sono almeno quattro miliardi le persone in tutto il mondo che negli ultimi mesi hanno prolungato la permanenza tra le mura domestiche. Così, quell’intimo luogo dell’abitare sui cui per anni, come scrive Luca Molinari, docente di Teoria e Progettazione dell’Architettura presso la Seconda Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli, nella sua nuova edizione di Le Case che Siamo (Nottetempo), si è riflettuto poco e discusso ancor meno, dandolo quasi per scontato nei suoi spazi ed evoluzioni, si è ripreso tutto il suo valore emotivo e progettuale. Non nel senso di “casa dolce casa” va detto, ché in effetti, quei metri quadrati delimitati dalle solite quattro pareti hanno svelato il loro lato sinistro, ma in quanto rifugio in cui ri-costruire e ri-mettere in scena la complessità della nostra esistenza. E della nostra convivenza.

Vita, lavoro, formazione, divertimento, amore, relazioni. Come ha affermato Michele De Lucchi in una recente intervista a L’Espresso, bisogna forse imparare a “essere meno incatenati agli spazi, agli oggetti e alla loro disposizione”. Flessibilità e trasformabilità sono quindi sono i tratti salienti, e anche indispensabili, della contemporaneità. Una trasformabilità però tutta concentrata sulla pratica privata e familiare, visto che la sbronza della condivisione, noi ospiti perennemente disponibili, la porta sempre aperta al mondo, è decisamente in sofferenza. Intimità è allora l’altra parola che si fa largo in questo spazio abitativo post pandemico, un’intimità resiliente si direbbe oggi, visto che è capace di trovare risorse e riscatto anche in questa riduzione di relazioni, in questa incertezza radicale fatta di cambiamenti continui. Ed è su questa intimità che si costruisce il canovaccio del nuovo racconto domestico. Che si riscrivono spazio e arredi per lavoro, studio, sonno e svago, per i momenti pubblici e quelli privati.

Ci si allontana dalla rappresentazione vetrina e ci si riavvicina a un bisogno più autentico di avere intorno a sé oggetti da toccare e confortarci. I dati dicono che il primo risultato siano state abitazione più pulite (da oggetti e polvere accumulati), e balconi, terrazzi, giardini (per i più fortunati), persino vasi, di nuovo curati e riempiti. Nessuno si era accorto quanto questi spazi accessori, le finestre stesse, fossero così importanti, quanto la casa fosse in funzione di ciò che è fuori, della qualità architettonica che sta fuori. Sull’account Instagram di @MAXXICasaMondo sono ancora presenti i lavori dei sette designer (da Humberto Campana a Konstantin Grcic e Patricia Urquiola) chiamati a esporre la loro visione delle nuove funzioni dell’abitare, mentre sul sito della Croce Rossa è in vendita l’art-book DAC. Designers Against Coronavirus con opere di artisti nazionali e internazionali. La riflessione sulle nostre nuove case è solo all’inizio, ma il buon design è sempre al centro.

Articolo già pubblicato su Repubblica 14 dicembre 2020. Un frame tratto dal film Playtime di Jacques Tati (1967).

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Manuela Mimosa Ravasio è una giornalista professionista con una formazione da architetto. Ha lavorato per anni come caporedattore scrivendo di tendenze e lifestyle in riviste di turismo, cultura e attualità. Oggi svolge la sua attività da libera professionista offrendo anche consulenze in comunicazione, progettazione di contenuti e analisi su trend globali.

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