Turismo
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Le Cinque Terre non sono isole

Ho fatto due telefonate e chiesto alle mie conoscenze alle Cinque Terre cose inconfessabili. Li rivolete i cinesi ammassati sulla banchina della ferrovia, le code per farsi il selfie uguale uguale a quello della foto usata da quella famosa azienda della Silicon Valley, lo smercio come non ci fosse un domani di acciughe fritte che certo non sono di Monterosso, le vostre case piene e voi in campagna, i ristoranti aperti H24, neanche un buco per tuffarsi, gli scogli ammorbiditi dai colori degli asciugamani, la Via dell’Amore sempre chiusa, eppur sempre in prima pagina? Ci hanno messo qualche secondo, titubanza forse di cortesia, ma poi hanno ceduto e hanno detto “sì”. Certo adesso è così bello, sali e scendi senza incontrare anima viva, gli odori ti accarezzano, persino l’aria fredda rende più vividi i colori e vedi l’orizzonte. Là c’è la punta della Corsica, la vedi? Sono così immersi nell’incanto del paesaggio che un giorno è arrivata pure la nebbia ad aumentare la poesia. No, non è nebbia, si chiama caligo, e se è il sintomo di una temperatura troppo alta per la media stagionale, tanto da scaldare il mare e formare vapore acqueo, pazienza. È la parola che è importante, caligo, senti… tutta musica per lo storytelling. Con i soldi degli altri. Perché qui non vedono anima viva da un anno, anzi, un paio di giorni fa sono calati un gruppo di modenesi, che sulla Litoranea non li ferma nessuno, e si sono lamentati che fosse tutto chiuso. E voi, di grazia, cosa ci fate qui? Spalluce, e via verso un’altra Terra.

Così stamattina, nella solita stanza di ClubHouse di Roberta Milano e Annalisa Romeo, visto che l’ospite era Paolo Iabichino, l’ho buttata là. Ma siamo sicuri che tutto questo fortuito lirismo paesaggistico ci ricorderà chi siamo davvero; che il prossimo turismo sarà sostenibile; che riusciremo a frenare il “rimbalzo” di chi, finalmente libero, tornerà ad affollare, assembrato e questa volta pure contento. Siamo sicuri che l’unica operazione utile di branding non sia quella difenderci dal “brand Cinque Terre”? Hai voglia a dire ai turisti come comportarsi, forse meglio dirlo ai residenti, che non vedono l’ora di vedere l’effetto che fa il nuovo film Disney, che stanno fremendo nell’attesa dell’apertura del prossimo ristorante di quel calciatore dello Spezia, lo stesso del B&B che ha ospitato i Ferragnez: 150 coperti nel cuore del paese, pizza, cocktail champagne, e soprattutto cibo siciliano. A Manarola (io lo so l’effetto che fa).

Iabichino diceva che anche da McDonalds ci va tanta gente, ma che resti sempre da McDonalds. E ti senti da McDonalds. Vero. Ma resta pur sempre anche tanta gente (per inciso penso che se le Cinque Terre diventano McDonald, ci perdiamo tutti). E quel vizio di misurare il turismo con il numero degli arrivi, purtroppo la maggior parte delle istituzioni non se l’è ancora tolto. Tantomeno se l’è tolto chi lì ha casa e attività, deve pagare rate, mutui, e tiene famiglia (spesso più di una). Sarebbe bello, mi dico. Sarebbe bello, come ha detto Iabichino, fare un No Tourism Festival, ora che il tempo è sospeso, che la bellezza la si vede tutta intera, che si può stare tra noi, prossimi e vicini, e insieme possiamo capire come proteggere la fortuna che ci è capitata, possiamo prendere posizione contro ogni vandalismo, capire davvero che l’unica via è la sostenibilità. Bisogna ripartire dalla comunità (l’ho scritto e lo dico fino allo sfinimento). Ma senza dimenticare che si tratta di un equilibrio sottile, che se non funzionano i divieti (numero chiuso), ancor meno funziona la postura dell’educatore. Che se c’è una cosa che abbiamo imparato è il potere del consumatore, e il potere del focacciaio dell’angolo che mantiene famiglia in nove metri quadrati.

Ripeto, mutui, rate, saracinesche abbassate e latitanza pressoché totale di un’alternativa (spiegata o pianificata che sia). Si chiama realtà. Nessuno dice che quel vecchio modello di turismo sia giusto, accettabile, e persino che abbia un futuro. Ma chi se lo può permettere il futuro? Basta questo per dare una svegliata allo sbandieramento del vessillo della sostenibilità. Sia inteso, io con le storie “edificanti”, quelle di rinascita, delle comunità ospitanti, della costruzione identitaria, ci vado a nozze (in senso empatico, perché poi anche con quello non ci campi bene, forse sarebbe meglio scrivere per una multinazionale o un mega parco di divertimento). Ma le cose non cambieranno con i titoli dei giornali, i trend dei soliti centri di ricerca blasonati, con la Generazione Z (che mi pare serva sempre di più come scaricabarile delle buone intenzioni), con il piccolo agricoltore a chilometro zero. Le cose cambieranno quando ci sarà un progetto, anche politico, che faccia capire concretamente che non siamo isole. E che non sono isole neppure le Cinque Terre, che parrà strano, ma tra le domande più frequenti dei turisti c’è questa: «Come si fa ad arrivare alle Cinque Isole?». La risposta, ve la risparmio.

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