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Liberi tutti

Ho conversato con Daniele Francesconi, direttore, in occasione del mio pezzo per Repubblica sulla 21ª edizione di festivalfilosofia che si tiene il 17, 18 e 19 settembre 2021 a Modena, Carpi e Sassuolo. Questa è l’intervista integrale.

“Libertà, una parola molto usata e forse ab-usata, un concetto solo apparentemente semplice e spesso banalizzato. Con il festivalfilosofia volete forse restituire alla parola “libertà” tutta la sua complessità?

Noi scegliamo i temi con una doppia prospettiva. Da una parte la tradizione filosofica, con questioni di lunga durata, dall’altra esperienza dell’oggi e il senso comune. Per 20 anni il termine “libertà” ci è sfuggito, ma non c’è dubbio che in quest’ultimo anno e mezzo (la parola è stata scelta alla fine della scorsa estate), abbiamo avuto esperienza diretta con i margini della libertà e di cosa significa la connessione tra libertà individuale e la responsabilità verso la comunità.

Da non filosofa mi incuriosisce molto la relazione tra l’esercizio della libertà, e i processi biologici che costituiscono la mente. Il legame, insomma tra libertà e neuroscienze. C’è un fondamento biologico nel modo in cui noi scegliamo di essere o meno liberi?

Si tratta della versione scientifica di una grade questione filosofica tra libertà e necessità e libertà e destino. Le neuroscienze sembrano dirci che siamo agiti da qualcos’altro, che ci sono dei meccanismi potenti che entro cui i nostri comportamenti si costruiscono. In questo senso anche concetti come libero arbitrio e libertà di scelta vengono messi in discussione, soprattutto se visti all’interno di una temporalità enorme. Ciò che ci interessa di più alla fine però, è che tutti siamo presi dentro meccanismi di abitudine. La libertà ha senso nel modo in cui noi veniamo a patto con i contesti in cui ci muoviamo. Routine, conformismo, addomesticamento … sono meccanismi cerebrali, ma anche sociali.

C’è una frase della filosofa Simone Weil scelta tra gli aforismi sulla libertà: La libertà è un limite. Così pure la schiavitù. Ogni situazione reale si pone tra le due. C’è dunque un lato repressivo, coercitivo nella libertà?

Ancora una volta distinguo tra due aspetti. C’è il tema di sentirsi liberi, e della libertà come e come tono dello stare al mondo. Dall’altra, c’è la libertà come insieme di condizioni. Secondo una certa scuola filosofica, si è liberi nella misura in cui si è padroni di sé stessi. In cui noi domiamo e governiamo impulsi e passioni e, in un certo senso, ci auto addomestichiamo. Perché non si può parlare di libertà in senso assoluto, ma solo in ragione da cui ci si libera. C’è però anche la dimensione istituzionale e pubblica delle libertà. È libertà liberarsi da ogni costrizione e leggi, o si è più liberi solo se siamo liberi tutti e allora quelle regole, lo stare all’interno delle istituzione e della legge ci serve proprio per essere liberi? Axel Honneth, per esempio, distingue tra libertà riflessiva, l’autodeterminazione, il modo in cui ciascuno costruisce sé stesso, e libertà comune fondata sul riconoscimento delle libertà degli altri.

Una delle condizioni che rinforzano le abitudini, le consuetudini ripetute, è il digitale. Big Data, uso acritico della Rete, possono, considerato il loro potere di routinizzazione e anticipazione di comportamenti e opinioni, mettere in crisi la nostra capacità di essere liberi?

Per certi versi la società digitale ripresenta tutte le questioni della libertà stoo una nuova forma. Quanto riusciamo ad autodeterminarci? Il tema di libertà di espressione, la possibilità di affermare la nostra voce in pubblico, l’accountability di utenti e piattaforme, rapporto tra privato e pubblico e l’autorità regolatrice: sono le grandi questioni aperte di oggi. E poi c’è il tema dell’automazione e dei conformismi. Le neuroscienze ci dicono che l’abitudine è un comportamento automatico che ci sottrae libertà o scelta. Ed è indubbio che, pur rilevando il potenziale di liberazione insito nel digitale, si pensi all’accesso al sapere, alla capacità di creare una nuova sfera pubblica, è presente anche un potenziale di dominio molto significativo. Persino la libertà riflessiva è sotto attacco da fake news e dalle forme fasulle di soggettività che ci fanno perdere il controllo di sé.

Questo significa anche che le libertà non sono mai finite? C’è sempre qualche nuova libertà per cui combattere? Oltre alle sfide del digitale, nella nostra società liberà ci si batte ancora per la libertà di scelta nel fine vita, la libertà di cura, e anche la libertà di amare…

La modernità ci ha dato normi campi di scelta su questioni fondamentali, come quelle del lavoro. Ci ha reso liberi di costruirci il mostro destino. Ed è una caratteristica delle nostre stesse società quella di produrre le condizioni per cui ciascuno può rivendicare dei diritti a delle libertà rispetto a dei comportamenti che diventano con il tempo possibili.

Tra le vecchie ma sempre nuove libertà, c’è quella che riguarda le donne. Lo storico Olivier Grenouilleau porrà la questione del più radicale dei domini, quello patriarcale. E una libertà a parte, che trascende storia, geografia, cultura, quella del genere femminile?

In larga misura è così, anche la filosofia è stata fatta dagli uomini e prevale il loro punto di vista. Abbiamo fatto passi avanti, ma anche qualche passo indietro e ci sono questioni ancora lontanissime dall’essere risolte. Ma, come spiega Chiara Saraceno, non è solo una questione di donne, il problema è la società nel suo complesso. Se si continua a isolare la questione, come se libertà delle donne fosse un sottoinsieme, non si risolvaerà mai. Non si tratta della libertà delle donne, ma della libertà comune, e la società nel suo complesso deve esserne responsabile. La mancanza di pari opportunità affligge l’intera società.

Ovviamente noi abbiamo una visione antropocentrica della libertà, ma c’è anche la libertà della natura, degli animali. Andrea Chiesi farà un intervento curioso sulla “La libertà delle erbacce”, ovvero il ritorno delle piante pioniere nei luoghi abbandonati, come espressione di ribellione e di libertà della natura, che tende a sfuggire al controllo e alla coercizione…

Quello che abbiamo provato a fare durante il festival, anche con glie venti collaterali, è mostrare alcune implicazioni di addomesticamento. Il primo addomesticamento è quello sulla Natura e sulle altre specie, asservendole. La costruzione antropocentrica parte da lì. Tutta la rivoluzione agricola si fonda sull’addomesticazione delle specie, in un certo senso il nostro stesso sviluppo. Una visione davvero integrata delle libertà dovrebbe allentare la morsa del dominio sulla Terra, perché poi, lo vediamo, la natura si ribella, diventa un’antagonista quando dovrebbe essere la nostra principale alleata.

Nella foto  La Liberté guidant le peuple di Eugène Delacroix, 1830

 L’articolo uscito su Repubblica il 12 settembre 2021.

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Manuela Mimosa Ravasio è una giornalista professionista con una formazione da architetto. Ha lavorato per anni come caporedattore scrivendo di tendenze e lifestyle in riviste di turismo, cultura e attualità. Oggi svolge la sua attività da libera professionista offrendo anche consulenze in comunicazione, progettazione di contenuti e analisi su trend globali.

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