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l’immagine e la piazza

Le abbiano viste in mille foto riprese dal web e carta stampata. Abbiamo imparato a riconoscerne i nomi: Asma Mahfouz, la blogger di 26 anni che Mona Eltahawy, forse una delle donne più autorevoli quando si tratta di analizzare ciò che succede nel mondo arabo, definì come «colei che, con il suo video-post in cui dichiarava la sua intenzione di marciare a Tahrir Square il 25 gennaio, ha innescato l’inizio della rivoluzione». E poi, Mona Seif, l’attivista egiziana che dalla piazza via Al Jazeeraha dato voce ai sentimenti della protesta; Leil Zahara Mortada che da Barcellona a Facebook, ha mostrato i volti di queste donne normali e insieme rivoluzionarie. Ancora, Azza Kamel, scrittrice, rimasta per 18 giorni e 18 notti accampata in strada insieme a Mozn Hassan, direttrice del Centro di Studi femministi Nasra al Cairo. Sono stati giorni, inebriati dal desiderio di libertà, in cui ci si dimenticava che l’Egitto nel 2010 era, ancora, un Paese in cui una ragazzina poteva morire per infibulazione, un Paese in cui una donna su cinque subisce violenza, e in cui, secondo la legge, uccidere una donna è meno penalmente rilevante che uccidere un uomo. Ma in quella piazza, giovani uomini e giovani donne si erano per la prima volta sentiti uguali. E ugualmente capaci di guardare e guidare il futuro nel rispetto reciproco. Ora, la Commissione per la Revisione delle Costituzione è stata formata: otto membri capeggiati dall’ex giudice della Suprema Corte costituzionale, Tarek El-Bishry, tra cui un cristiano copto, quattro studiosi di diritto, un ex deputato sostenuto dai Fratelli Musulmani. Quello che è certo è che non compare nessuna donna. E che, nemmeno nella società civile, si è levata una voce a ricordare il sacrificio e la partecipazione di questa metà del cielo. Certo, ora che le controversie egiziane sono passate in secondo piano rispetto agli eventi libici, ora che per la libertà non si muore, ma ci si deve impegnare in un lavoro meno adatto alle telecamere, questo non fa più notizia. Ma che i volti di queste giovani siano stati usati come simbolo del grido di libertà per poi svanire nei luoghi della costruzione della libertà (l’articolo 2 della Costituzione egiziana afferma che l’Egitto è uno Stato Islamico e nessuno ha intenzione di emendarlo), mi fa tanto, e mi si perdoni il termine provocatorio, ragazze-immagine. Pensiamoci la prossima volta che, anche noi, scenderemo in piazza. Perché di questi tempi, chi immagina una rivoluzione rischia di diventare solo, e suo malgrado, l’immagine della rivoluzione.

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