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Lode al secchione

[Pubblicato su Gioia! del 21 maggio] L’orgoglio di ogni genitore. Una pagella con tutti 10. Una fama da bravo ragazzo, o ragazza, che ti tallona dalle elementari. Il che, come confessa Luca Marannino, il liceale del liceo Berchet di Milano salito alle cronache per una pagella tanto perfetta da scriverci un libro (Secchione ma non troppo, Mondadori Electa), può creare alcuni contrattempi alla vita sociale. Poco male, perché alla fine sei pronto per la conquista della tua lode. E senza – pare – aver studiato troppo, dedicandoti a sport, musica, volontariato. Strano? A dire il vero, no. Il mito del secchione curvo sui libri è infatti un falso storico e, visto i dati Ocse, l’organizzazione che misura il livello di istruzione dei principali paesi industrializzati, anche contemporaneo. Con i nostri adolescenti che passano quasi il doppio del tempo dei loro coetanei d’oltreconfine a svolgere i compiti a casa e, nonostante questo, consegnano all’Italia numeri da maglia nera per abbandono scolastico (quasi il 18 per cento, primi in Europa) e tasso di laureati (il 22 per cento contro una media europea che punta al 40 per il 2020). Però, certo, noi guardiamo ai voti. Nessun Paese europeo ne ha così tanti (nella maggior parte dei casi l’insufficienza è una sola). Nessun Paese ne dà, alti, così pochi. «In Italia si fa un libro perché uno ha tutti 10? Nel resto d’Europa, dove il voto massimo lo riceve in genere il 5 per cento della classe, è normale: si valuta la risposta alle richieste scolastiche, non la persona in sé». Le parole sono di Francesco Avvisati, analista Ocse: «Il fatto è che il sistema italiano sembra destinato più a selezionare che a formare. Il voto è un feedback importante per insegnanti e alunni, ma non dice nulla sulle abilità acquisite utili a determinare il proprio futuro», conclude.

Se poi dovessimo chiederci se i voti riescono davvero a individuare i talenti, la risposta sarebbe ancora più sorprendente: «Difficilmente si ha un’equivalenza tra prestazione scolastica e alto potenziale» dice Daniela Lucangeli, presidente del comitato scientifico del progetto Education to Talent e docente di Psicologia dello Sviluppo e dell’Educazione all’Università degli studi di Padova. «I bambini plusdotati hanno un pensiero divergente, una modalità di intelligenza meno adattabile alle richieste della scuola. La verità è che, come ci dice l’Organizzazione mondiale della Sanità, noi perdiamo per strada quasi il 40 per cento di intelligenze». Intelligenze qualitativamente diverse, che magari emergerebbero con una maggiore cultura dell’impegno e non del talento innato (cosa che rende primi della classe i 15enni di Singapore e Corea), o semplicemente motivandole con esperienze extrascolastiche. «Ormai è assodato che la regolarità dell’esercizio che comporta lo studio di uno strumento musicale ha un diretto beneficio anche su altri studi» continua Avvisati. «In pratica, si impara a imparare in modo positivo e piacevole e questo si riflette sul resto». Perché, come ricorda Lucangeli, le emozioni contano anche nell’apprendimento: «Se studiamo con paura o ansia, al momento di ricordare ciò che abbiamo appreso riattiveremo anche quelle sensazioni con il rischio di allontanarci dallo studio». Come dire che è facile crescere una élite intellettuale, meno incoraggiare un grande numero di ragazzi e ragazze verso un impegno serio. Che poi, guarda caso, è la riflessione comune di molti studenti, spesso travolti da ansie di prestazione e desideri di fuga. Lo dicono persino quelli con pagelle da capogiro, che certo sono bravi come i loro voti attestano. Anzi. Se sono riusciti ad amare lo studio e la scuola nonostante le lacune e le carenze che la attanagliano, forse lo sono persino di più.

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