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Migrazioni Verticali. La prima su ClubHouse

Su ClubHouse, il nuovo social di cui tutti parlano, non si può registrare (sarebbe meglio usare il condizionale ma vabbè), ma disperdere certe parole al vento, almeno per me, è uno spreco. Tanto più se queste parole sono su una (mia amata) montagna che si pone come un laboratorio di un’altra economia possibile, fatta di imprese giovani e innovative capaci di rivitalizzare un territorio, dal turismo all’agricoltura, ma anche il luogo dove più di ogni altro si deve vincere la sfida più importante: quella della sostenibilità. MigrazioniVerticali™ ha debuttato nella stanza che tengo su ClubHouse insieme a Guendalina Perelli CITTADIN@ NEL MONDO. Nuovi modi di viaggiare, vivere, lavorare, abitare. Una ‘stanza’ che si propone di raccontare come “stare al mondo” in modo ethically minded, e in cui la montagna e le migrazioni verticali, non potevano non avere un posto speciale. Ma è proprio per contribuire a una cultura del vivere il territorio in modo più consapevole e umanamente ricco (ricordo il mio pensiero su identità persone e turismo) che desidero che delle parole di alcuni tra gli ospiti (oltre ai citati hanno partecipato Kristen Grove, Erica Kirkheis di Brixen.org, Fondazione Garrone e Letizia Capitanio fresca vincitrice di uno dei premi messi in palio dall’Osservatorio per le montagne bergamasche per i giovani imprenditori di montagna) rimanga traccia, e costituiscano un punto di riflessione per tutti, anche per chi, del territorio e del turismo, dovrebbe viverci.

Riccardo Pietrantonio di Magic Mountain Collective: «Vivo in montagna da un anno,  dopo aver chiuso l’ufficio a Berlino e a Barcellona che ormai è diventato un ufficio nomade. Il nostro progetto sulla montagna è fondamentalmente un progetto editoriale che vuole raccontare le storie e delle realtà artigiane della montagna cercando di coglierne gli aspetti innovativi. L’artigianato è il nuovo lusso e può raccontare la montagna in modo diverso.  A San Sicario abbiamo aperto una vetrina di queste piccole produzioni, ma la cosa interessante è che noi consideriamo la cultura della montagna universale. Non si tratta di collocazione geografica, ma di quota. Esiste un’affinità tra le terre alte del mondo. Noi raccogliamo tutto quello che riguarda la montagna, abbiamo dei partner a Berlino, con la Libreria della Montagna di Torino… »

Karl Manfredi di Terra The Magic Place: «Noi siamo in provincia di Bolzano, a 1600 m della val Sarentino, la strada finisce con noi. Abbiamo una piccola dimora con ristorante due stelle Michelin, il ristorante stellato più alto in quota di tutta Italia…   abbiamo persino la fibra ottica. Ormai si può lavorare anche nel posto più isolato. Abbiamo solo natura, boschi, caprioli, cervi, e di questo abbiamo fatto la nostra identità, anche in cucina. Lo chef Heinrich Schneider tutte le mattine raccoglie le sue erbe aromatiche, ormai una trentina … Siamo un faro solitario, ma anche la dimostrazione che esiste una montagna anche senza sci da discesa, sport che comunque ogni anno è praticato sempre meno, e in periodi molto concentrati, e che spesso è sinonimo di stress e alti costi. Io credo che in futuro il rapporto con la montagna sarà più naturale e autentico, esattamente come con il cibo di cui vogliamo sapere origine e impatto nell’ambiente».

Federico Chierico di  Paysage à Manger: «Ho una piccola azienda agricola che coltiva patate ai 1400 m di Gressoney. Quello che ci rappresenta di più è la ricerca e la valorizzazione del patrimonio degli ortaggi. Oggi coltiviamo una sessantina di varietà di patate e circa 120 varietà di ortaggi legumi. Abbiamo incominciato sei anni fa quasi per gioco,  e io lavoravo nel turismo gestendo la piccola riserva naturale di Fontainemore. La montagna ha bisogno di uscire dalle idiosincrasie e guardare al futuro ricominciando in primis da sé stessa. Le comunità sono complesse, soprattutto chi si occupava di agricoltura ha vissuto anni di marginalità perché considerato cittadino di serie B, eppure bisogna riprendersi il proprio patrimonio con fierezza, come facciamo noi con le varietà alpine. Come fare affinché questo abbia una ricaduta sul territorio e anche sul turismo? Difficile da dire, sicuramente l’idea è riuscire a percepire di essere in un mondo globale. Noi abbiamo cominciato a fare rete con altri agricoltori sul territorio e dal 2018 abbiamo coinvolto altri con cui condividiamo questi valori creando innanzi tutto comunità. Sono convinto che intorno alla comunità si possa costruire benessere e anche una cultura di maggiore inclusione e ospitalità. Del resto a Gressoney, soprattutto dopo il lockdown, si sono praticamente fermate qui persone da Genova, Milano, e si sentono più montanari dei montanari. Infine bisogna anche dire che la visione romantica di una montagna fatta di bellezza è invenzione cittadina. La montagna per chi c’è sempre stato è fatica e spesso inospitalità, ed è quando queste visioni si scontrano che ci sono incomprensioni. Forse, bisogna ascoltarsi».

Stefano Lunardi, Centro Servizi Courmayeur: «Mi ha molto incuriosito ascoltare esperienze sia di chi in qualche modo ha già scelto la montagna, e di chi invece si sta ponendo ora questa riflessione avendo intuito, magari durante questo lockdown, che in montagna si è forse più felici. Dal nostro punto di vista,  considerando benessere e cultura i nostri cardini di azione, la riflessione che si deve fare rispetto a un movimento di nuovi abitanti di montagna non è banale: non si può e non si deve infatti attirare un flusso senza considerare che la montagna è sempre la montagna anche quando, come nel nostro caso, ci sono tutte le infrastrutture del caso. Courmayeur, anche con il 5G, rimane una realtà piccola con logiche di montagna e quello che bisogna creare non è solo l’accoglienza, ma anche la coscienza della scelta. Abbiamo avuto il caso di quattro famiglie di città che si sono trasferite iscrivendo i figli a scuola e i primi feedback sono positivi, perché è chiaro che vivere un territorio per più tempo, quando prima lo si viveva come schegge impazzite dal venerdì sera alla domenica, può aggiungere un pezzetto di felicità nella vita. Ma la vera sfida è creare le condizioni perché questo avvenga nel rispetto di alcuni valori improntati sulla sostenibilità, anche dei flussi».

Andrea Cassi e Michele Versaci architetti del Bivacco Corradini: «Ognuno nella montagna proietta un po’ una parte di se stesso. Quando ci hanno ci hanno chiesto di costruire questo piccolo guscio a 3000 m abbiamo pensato a questo, ma abbiamo pensato anche di usarlo come un laboratorio per sperimentare l’incontro tra architettura e natura in alta quota. Costruire nelle terre alte spinge verso l’innovazione: devi cercare di essere molto leggero, devi lavorare molto con prefabbricazione, poi c’è l’altro aspetto non è secondario del rapporto uomo-ambiente. Siamo alla soglia del concetto di abitabilità. Uno dei concetti da cui sono partiti, e in cui abbiamo provato nel nostro piccolo a innovare, è quello della comunità e in questo caso non solamente montana, ma anche virtuale. Abbiamo aperto un canale Instagram con  le foto delle persone che nei mesi e ormai negli anni sono andati al bivacco: ci sono dall’alpinista appassionato al gruppo di amici della domenica che magari sono saliti su in giornata. Noi non abbiamo disegnato solo un bivacco di emergenza in cui ripararsi, ma un luogo di incontro con dei gradoni e grandi vetrate da cui guardare la montagna. Dentro c’è il legno di cirmolo con un profumo molto forte capace di creare una tensione tra esterno e interno, dentro un materiale usato per le culle dei bambini e fuori un prisma totalmente nero incastonato nella montagna. È stata una scommessa, ma  con questo intervento leggero veramente minimo e totalmente smontabile, abbiamo anche fatto riscoprire quella valle. Oggi molte persone vanno lì e lo fanno in una logica molto lontana dal consumo frenetico della montagna».

Se vuoi saperne di più o posso aiutarti per le tue esigenze specifiche contattami.  

P.S. Il 21 febbraio Repubblica.it pubblica questo articolo su questa stanza.

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