Educazione
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Nelle foto di classe, il ritratto della speranza

Sono molte, qualcuno dice non abbastanza, le cose che sono cambiate nella scuola. Eppure, quello della foto di classe, resta un rito e una rappresentazione legata alla tradizione. Tutti insieme, uniti e compatti davanti a improbabili sfondi, sperando che, al momento del clic, l’espressione sia più o meno dignitosa, gli occhi aperti, nessuna smorfia involontaria. Quasi che lo sforzo collettivo fosse di essere il più possibile uguali, mimetizzati, dispersi, in quell’insieme causale e imprevedibile che sono le classi di ogni scuola di ordine e grado. Quelle classi che, per usare le parole di Steve McQueen, in verità dovrebbero aiutarci a riflettere su chi siamo e su chi, come società, saremo. È stata la stessa Tate, presso cui McQueen ha esposto le sue foto del progetto Year3, a dichiarare che il lavoro del regista e artista britannico non è altro che un ritratto pieno di speranza di una generazione destinata a essere la protagonista del futuro. Una celebrazione della diversità culturale della città di Londra, ma soprattutto una mappatura visiva della cittadinanza di domani, essendoci nelle foto, due terzi dell’intera popolazione di bambini dai 7 agli 8 anni della capitale del Regno Unito.

Non dovremmo stupirci. Anche nella nostra Costituzione e nei nostri testi legislativi si legge che “la scuola è una comunità educante di dialogo, di ricerca, di esperienza sociale”. La classe, quella che anche nelle foto di McQueen appare tutta in piedi e immobile davanti l’obiettivo, stessa posa, stesso grembiule, stessa posizione degli insegnanti, è solo la porta d’ingresso per un mondo multiforme. Non a caso a chi visitava la mostra londinese veviva data una lente d’ingrandimento per visualizzare meglio i particolari delle immagini. E allora sì che si vede chi sorride rilassato e chi appare più teso, si vede l’imbarazzo e l’indifferenza, la pigrizia e l’irrequietezza. Si notano le mani strette, i timidi tentativi di abbraccio, le gambe che si incrociano. Qualcuno sta fermo, qualcun’altra meno. Una sembra in calma attesa, l’altro, trafelato, sedutosi in tutta fretta sulla panca. Come dire che l’eguaglianza uniforme è solo un’illusione, e che a una più attenta osservazione il mondo si svela in tutta la sua diversità e ricchezza.

Anche le scuole del resto sono tante. E non sono tutte uguali. McQueen ha trovato le sue classi nelle primarie statali, nelle scuole private, in quelle religiose, negli istituti speciali, e persino laddove si pratica istruzione a domicilio. E nonostante l’attuale dibattito nostrano tenda a restituire un contesto educativo omogeneo, la stessa diversità e ricchezza si rintraccerebbe anche in Italia. Se per esempio l’homeschooling, l’istruzione parentale, in Gran Bretagna interessa quasi 50mila bambini (dato in aumento costante negli anni), in Italia secondo gli ultimi dati Miur del 2017, se ne contano circa mille e 300, anch’essi in crescita. Ma si moltiplicano anche gli esempi di scuola all’aperto (esiste pure una rete che le unisce), per cui il bello e il cattivo tempo non fa differenza, e le classi sono in realtà boschi, giardini, parchi, cortili; e i casi di educazione diffusa in cui è tutto il territorio a diventare luogo e risorsa di apprendimento e sperimentazione per bambini e bambine, ragazzi e ragazze. Ci sono le piccole scuole, circa 9mila su tutto il territorio anch’esse riunite in un movimento, che raccolgono veri e propri presidi educativi situati nei territori geograficamente isolati; e ci sono quelle che vogliono contraddistinguersi per un approccio zooantropologico, in cui il bambino sperimenta quotidianamente il suo rapporto con l’ambiente naturale e con gli animali. C’è chi consiglia un’educazione libertaria, in cui tutto, dalla frequenza alle materie da studiare e il modo con cui apprenderle, viene concordato tra docenti e allievi; e chi predilige quella esperienziale che dovrebbe, affrontando diverse situazioni e compiti, formare competenze di analisi e di problem solving sviluppando comportamenti e strategie che rendono capaci di adattarsi alle diverse richieste dell’ambiente circostante.

Nell’anno delle celebrazioni del 150esimo anniversario della nascita di Maria Montessori (a Chiaravalle, il 31 agosto 1870), in questo mondo uguale ma diverso che è la scuola e le sue classi, non si può tralasciare chi ancora oggi si avvale delle sue scoperte. In Italia le scuole Montessori sono ancora solo qualche centinaio, poche, per una donna medico che in un certo senso scoprì l’infanzia e le sue potenzialità e che, osservando bambini e bambine aveva detto, più di un secolo fa, che nella costruzione dell’Uomo e della società, non è all’adulto che bisogna guardare, ma al bambino. Che è solo in lui che ci può essere speranza.

Articolo già pubblicato su StylePiccoli/CorrieredellaSera settembre 2020

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Manuela Mimosa Ravasio è una giornalista professionista con una formazione da architetto. Ha lavorato per anni come caporedattore scrivendo di tendenze e lifestyle in riviste di turismo, cultura e attualità. Oggi svolge la sua attività da libera professionista offrendo anche consulenze in comunicazione, progettazione di contenuti e analisi su trend globali.

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