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Prendiamoci le misure. Il nuovo body empowerment

Le prime a cui presero sistematicamente le misure, dalla larghezza delle spalle alla circonferenza della coscia, dal giro gomito all’altezza della caviglia, furono le 15mila donne americane che nel 1939 furono “arruolate” da una commissione governativa per ricavare dimensioni standard in base a peso, altezza, petto, vita e fianchi. Il peso ci fu in seguito risparmiato (le signore non erano disposte a divulgare informazioni sensibili), ma il fatto che fossero solo bianche, per lo più povere (la misurazione era retribuita), spesso malnutrite, e che il modello a cui si tendeva era ancora quello “a clessidra” nonostante ormai rappresentasse solo l’8 per cento della popolazione femminile adulta, rese questo tentativo di definizione di taglie universali alquanto impreciso. Va detto che i signori maschi, loro sì bisognosi di un gran numero di uniformi utili ad affrontare adeguatamente vestiti le guerre (napoleoniche, di Crimea e la civile americana), furono i primi ad avere, in nord America e in Europa e già alla fine del 1800, giacche e pantaloni con misure standard e prodotti in serie. Quanto alle donne, sapevano cucire, per anni il corsetto aveva stretto il loro corpo in una forma normalizzata per dimensioni e proporzioni, ed erano da tempo abituate a sistemarsi da sole i vestiti addosso con ago e filo. Fu solo quindi per dare la necessaria spinta alla ripresa industriale del dopoguerra se anche per noi ci furono abiti per tutte con tanto di etichetta, ma, nonostante le diverse revisioni degli anni Settanta e Ottanta delle “misure convenzionali”, lo standard Alpha del 1996 (quello che noi riconosciamo nelle etichette S, M, L, XL), la difficoltà di ridurre a un numero unico la dimensione del corpo femminile rimase. Fino a oggi. Oggi che le taglie sono ancora motivo di frustrazione e che la misurazione del corpo è diventata un atto di empowerment.

La taglia è un numero, non un valore

Che i gusti cambiano, e pure la corporatura, non è una novità. Succede nel corso di una vita, figuriamoci se si considera l’evoluzione di un’intera società. Ma oggi è diverso. «Quello che sta cambiando è il rapporto con le taglie. Per alcuni quel numero sopra l’etichetta è stato, e ancora è, la misura del valore di Sé. Ma la percezione del proprio corpo non può coincidere con età, altezza o peso. La bellezza viene da dentro e ha una rilevanza più grande dei centimetri. Liberarsi dalle “misure”, significa allora uscire dalle trappole della perfezione stereotipata», dice Paola Pizza, psicologa della moda e autrice de Il coraggio di piacersi (Franco Angeli). «La domanda è: siamo pronte a mettere in discussione queste “sicurezze”? Perché è vero che i media stanno promuovendo l’inclusività delle taglie, ma la vera rivoluzione sarà nella nostra testa, perché, per esempio, mentre mettiamo in copertina donne curvy, quando è il momento di associare corporatura e leadership, indichiamo le androgine. Bisogna quindi passare dalle provocazioni di sfilata alle aziende, ai progetti e alle azioni concrete». Come fanno alcuni giovani brand fedeli allo slogan No size but fits right quando mettono un nome al posto di un numero: se la misura è una convenzione, allora a decidere il canone di riferimento possiamo essere noi.

Il corpo è mio e lo misuro io. Con un’app

Per farlo, basta aprire un’app come MySize, seguire le istruzioni su come e dove posizionare il cellulare per prendersi le misure, e verificare a quali taglie dei vari brand, da Zara a Nike, corrispondono. Spoiler: non saranno mai le stesse. Cosa che dovrebbe illuminarci sulla relatività di questi formati che si presentano come standard universali e che invece genera ancora frustrazione. «Il tempo in cui erano le case di moda a imporre i trend però sta finendo», dice l’esperta di fashion marketing Isabella Ratti. «Oggi sono i consumatori ad avere il potere di indirizzare il mercato e questo significa che, mentre prima spettava a noi adattarci al “sistema taglie”, ora, con il crescente malcontento che va di pari passo all’aumento delle vendite on line, sarà chiesto al sistema di adattarsi a noi. Non a caso, le aziende si stanno affrettando a investire in intelligenza artificiale e avatar completi di dati antropometrici (un esempio è l’app Igoodi,ndr), manichini virtuali, servizi clienti capaci di insegnare come prendersi da soli le misure nel rispetto di corporatura, genere e cultura». In concreto: per rispondere al disagio e senso di colpa che sei clienti su dieci provavano al momento di dover restituire un abito o un paio di scarpe, Zalando ha creato un vero team sizing di 25 persone tra data scientist, sviluppatori software, ingegneri e specialisti di prodotto, in grado di offrire ai clienti suggerimenti di vestibilità e non – precisano – misurazioni o valutazioni corporee. Ma è entro fine anno che ci saranno i primi test del progetto Visual Fitting che permetterà di generare immagini in 3D personalizzate dell’abito adattato su ogni corpo. Una sorta di camerino virtuale a cui accedere dopo aver generato, autonomamente, una misurazione precisa e creato una scansione che ci rappresenti realmente. Il che, visto che un terzo dei resi dipende da uno sbaglio nella scelta delle taglie, è una buona notizia anche per l’ambiente.

Imparare a usare il metro della sostenibilità

Pochi sanno infatti che ogni anno viene buttato più del 75 per cento dei 53 milioni di tonnellate di capi prodotti nel mondo. Una parte consistente è data dai resi degli acquisti on line. «Dobbiamo essere consapevoli che quando ci invitano a ordinare più taglie per provarle a casa, quello che restituiremo, difficilmente sarà rimesso in circolazione», dice Orsola de Castro, una delle voci più autorevoli quando si parla di moda sostenibile, fondatrice di Fashion Revolution, e da poco in libreria con I vestiti che ami durano a lungo (Corbaccio). «L’unica soluzione è ordinare conoscendo bene le proprie misure, e soprattutto far durare ciò che ordiniamo il più a lungo possibile. Bisogna riprendere contatto con quelle tecniche, come cucito o rammendo, che una volta ci liberavano dalla normalizzazione delle taglie. Chi vuole farlo personalmente, trova i tutorial on line, ma sono i brand che dovrebbero prendersi la responsabilità di adeguare un abito che magari necessità di essere riparato, stretto o allargato. Cura e riparazione sono le uniche azioni efficaci per rispondere alla frenesia di consumo, mentre, tra le nostre misure, perché non prevedere anche quella dell’impronta di carbonio dei vostri vestiti (l’app Carbon Footprint è un esempio, ndr)?». Già, perché no?

Per un nuovo “su misura”

La strada è tracciata. Tanto più che su temi come sostenibilità e inclusività, le nuove generazioni non transigono. E sono loro a rinnegare la divisione per taglie e per genere, a lamentarsi della vestibilità (per rendersene conto basta accompagnare un adolescente a fare shopping), così i dati dicono che le taglie inclusive non potranno che triplicare nei prossimi anni. «Inclusività non è solo plus size, è aprirsi alle diversità di genere e etnia, è anche dare a ciascuno la possibilità di decidere cosa indossare, di creare il proprio stile indipendentemente dalla propria figura», dice Arianna De Blasi di DressEcode: un master in Sustainable Fashion Management e tante consulenze ai nuovi laboratori di sartoria che a questo desiderio di “vestirsi come ci pare” danno risposte concrete. Come il Rraro di Roberta Raeli: «L’80 per cento del mio lavoro è su misura, e le misure le prendiamo insieme. Ho donne che hanno girovagato in lungo e in largo prima di scoprire che forma e taglia non sono la stessa cosa, e che la vestibilità reale è fatta di dettagli: lunghezza delle braccia, fianchi… Una gonna parte dai 50 euro, una giacca o un pantalone da 150, e utilizzo solo tessuti naturali di alta qualità magari avanzati da produzioni importanti. In fondo si tratta di un lusso accessibile, che garantisce un capo unico e rispetta davvero la personalità di chi lo indossa». Certo, bisogna aspettare. Dai quindici ai trenta giorni a seconda del capo. Per noi ormai abituate all’appagamento immediato, all’acquisto in un clic, può sembrare una sproporzione, eppure, se è l’attesa a dare la misura del desiderio, è bene ricordare che per prendersi cura, e misura, di se stesse, ci vuole tempo.

Articolo già pubblicato sul settimanale IODonna/CorrieredellaSera ad aprile 2021.

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