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recita di fine anno. e non solo

Quando ci si chiede come mai questo Paese sembra fatto a misura di maschio, bisognerebbe guardare a come si conduce la vita di tutti i giorni. Che tipo di scelte si fanno, quali sono le abitudini e i comportamenti quasi automatici che ci governano. Non è mia abitudine parlare di vicende personali, ma credo che oggi farò un’eccezione perché credo che nulla, più della quotidianità, riesca a fotografare lo stato di salute (sociale ed economico) di questo Paese di cui, per altro, non finiamo mai di lamentarci. Chi di voi ha figli e figlie alla scuola primaria, saprà che cos’è la recita di fine anno. Nel mio caso specifico, la scuola ha coinvolto le mamme (badate, le mamme e non i genitori) nel disegno e nella fattura dei costumi teatrali. La prima cosa che ho fatto, una volta saputo il gruppo di lavoro, ho scritto una mail alle altre mamme (badate ancora erano tutte mamme) chiedendo, se possibile, di prevedere anche le esigenze delle donne (avvocate, gornaliste, imprenditrici, libere professioniste, dipendenti etc. etc.) che, ma guarda il caso!, avevano un lavoro che, ma guarda il caso 2!, erano impegnate tutto il giorno. Come risposta, ho ricevuto una mail comune da parte di una mamma (e quindi donna) che invitava tutte a trovarci all’uscita della scuola. Per inciso: ore 16 in punto. Per scontato: sei donna e sicuramente hai uno sfigato part-time (sfigato nel senso che la carriera è le ambizioni professionali sono cose che non ti competono) che ti consente di fare altro. Non mi sono comunque demoralizzata e ho cercato di dare il mio sostegno elettronico, ringraziando puntualmente chi si dava da fare, e arruolando il nonno per la fattura di un accessorio indispensabile a tutti i bambini. Ovviamente le riunioni pomeridiane si sono susseguite, intermezzate dall’attesa del nulla osta della scuola sulla bontà dei costumi teatrali. Ovviamente, ogni tanto, ecco che spuntano decorazioni da aggiungere: il corno, la faretra, la botticella… E perché no, avete qualcosa d’altro da fare oltre al punto croce? Ecco, la fotografia perfetta dello stato di salute sociale e culturale di questo Paese. E se non avete ancora capito, fate una controprova, e immaginate se, al posto delle mamme, fossero stati convocati i papà… Sì, quelli che una professione che li impegna tutto il giorno ce l’hanno di default, quelli per cui l’ambizione e la realizzazione professionale è un merito e non una velata accusa di inadempienza ai tuoi doveri di cura, quelli che tanto c’è sempre qualcun altro e non mi compete. Sia chiaro, mio marito è sconvolto quanto me di quanto accaduto, solo che, di default appunto, a lui questa cosa non tocca. È salvo alla nascita, per dire. La sua partecipazione alla vicenda recita-di-fine-anno è culturale, critica, ma non muove di un millimentro le abitudini e i comportamenti automatici che costituiscono la sostanza civica di questo Paese. Questo Paese a misura di maschio, tanto che le istituzioni, la Scuola in primis, lo sanno bene, dando per scontato che il tempo delle mamme sia a loro disposizione. E forse sono le donne e mamme stesse che hanno difficoltà a uscire da questo ruolo, fregandosene bellamente di chi una professione ce l’ha. La prossima volta che ci si meraviglierà per l’arretratezza economica e culturale di questo Paese, la prossima volta che si citeranno i Paesi Nordici per bearsi dei loro servizi alla famiglia, la prossima volta che si invocherà la partecipazione al lavoro delle donne (nei posti che contano) come la ricetta per un Paese migliore, pensateci. Chiedetevi cosa e come dovreste modificare i comportamenti se davvero viveste in un Paese così. Quindi, provate a comportarvi come se… magari è un inizio.

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