Turismo
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Scandinavia Dreaming

[Pubblicato su Dove Viaggi maggio 2015] A volte, lo si scorge fin dall’aeroporto di Longyearbyen. Una gemma che rispecchia il sole di mezzanotte e, durante la notte polare, la luce turchese emanata dalle fibre ottiche immerse nelle superfici vetrate. L’opera dell’artista norvegese Dyveke Sanne, Perpetual Repercussion, doveva servire a due cose: rendere visibile ciò che è conservato a 130 metri dentro la costa dell’altopiano del Platåfjellet, e far riflettere sul perché i Paesi nordici avessero deciso di costruire, a poco più di mille chilometri dal Circolo Polare Artico, un caveau gigantesco per conservare 4,5 milioni di semi, lo Svalbard Global Seed Vault. Gli ultimi arrivati, lo scorso febbraio, sono stati, insieme alle poche centinaia di fortunati universitari che, da tutto il mondo, bramano frequentare l’Unis, l’Università di Biologia, Geologia, Geofisica e Tecnologia artiche, i 218 degli alberi delle foreste scandinave, tra cui le sementi di un vecchio pino di Tranøy. Ma ci sono anche colture come riso, mais, frumento, manioca o noce di cocco. Dicono che vogliono essere sicuri che, qualsiasi cosa accada, la biodiversità agricola e vegetale del pianeta sopravviva. Si tratta di pragmatismo e lungimiranza. Di capacità di guardare al futuro avendo cura di tutto e di tutti. Essendo i più bravi di tutti. Perché, ammettiamolo, superato il 50° parallelo, si entra tra i banchi dei primi della classe. Quelli che stanno in cima alla lista dei virtuosi in materia di anticorruzione (Danimarca), libertà di stampa (Finlandia), smaltimento e riciclo dei rifiuti (Svezia), performance energetiche (Norvegia), livello di digitalizzazione dei servizi (Danimarca), indice di prosperità (Norvegia), sistema scolastico (Finlandia). Per fugare ogni dubbio, si può sempre consultare il sito che l’organizzazione europea di studi economici Ocse ha istituito per comparare la qualità della vita tra i vari stati: un giochino divertente per gareggiare persino in felicità al lavoro o soddisfazione nelle relazioni sociali: vincono sempre loro. Il fatto è che, per quanto vicini, Danimarca, Svezia, Norvegia, Finlandia, sembrano un altro mondo. Il loro è un esotico metropolitano, fatto più della luce verde delle aurore boreali che di esplosioni cremisi al tramonto, e in cui l’“altrove” sembra a prima vista assomigliarci tantissimo salvo poi assumere i tratti alieni di un papà armato di prole numerosa che fa il suo ingresso trionfante nell’affollato Father’s Playground di Copenaghen, Århus o Amager.

A Bornholm in gita nel paesaggio del futuro. Verde e intelligente

L’obiettivo della Danimarca è quello di liberarsi dalle fonti fossili (carbone, petrolio, gas) entro il 2035. Elettricità, riscaldamento, mobilità: tutto dovrà arrivare da energie rinnovabili. I cugini confinanti seguono a ruota e, insieme, guardano a Bornholm, l’isola laboratorio che dimostra oggi come potrebbe essere domani. Là, in mezzo al Baltico, il sole sorge prima che in tutte le altre terre danesi. Un taglio di luce che illumina le spiagge bianche, le falesie, le chieste perfettamente circolari, quindi le infilate delle case dei pescatori. Arrivano qui da tutto il mondo. Turisti e imprenditori per capire come questa manciata di ettari, dopo una crisi economica che ha tagliato le gambe agli agricoltori e decimato la popolazione, sia diventato un modello di energia e tecnologia verdi, business e turismo sostenibili. È cominciato tutto sei anni fa e, il 23 aprile scorso, a pochi metri dalla spiaggia di Rønne, la rinascita è stata suggellata con l’apertura della Green Solution House progettata dallo Studio 3XN. Un hotel e centro per conferenze costruito con materiabili riciclabili e biodegradabili, primo esempio europeo di lifecycle design ed ennesimo passo verso quell’autonomia energetica che si completerà nel 2025. Per ora infatti, l’energia eolica copre “solo” il 50 per cento delle esigenze dell’isola, insieme a un teleriscaldamento alimentato da paglia e trucioli di legno, e uno smaltimento e riciclo dei rifiuti totale. Ma la rivoluzione più grande, l’hanno fatta le persone. Perché, come si vede nelle scuole e asili di Bornholm, la sostenibilità va insegnata. E praticata. Così, due anni fa, sotto la guida di speciali formatori e del governo, gli abitanti hanno imparato a fare innovazione sociale. Hanno fondato Vores Bornholm (la nostra Bornholm) e hanno cominciato a decidere sul loro futuro: fra dieci anni vogliono tornare a essere 50 mila. Si chiama democrazia partecipativa: molti ne discutono, qui, la attuano. Persone come Stinne Gorell che con la sua maglieria realizzata a mano dalle donne dell’isola invade i negozi di tutta la Scandinavia; come i soci della cooperativa dei succhi bio di Bornholms Mosteri, i preferiti dal principe consorte Henrik; come Thomas Kaas Pedersen, che dei suoi maiali allevati liberi nelle foreste di Vasagaard ha fatto un prodotto gastronomico di culto; o come Susanne e Finn della Frennegaard Farm le cui paste di grano duro e di alta qualità sono finite nei ristoranti stellati di Copenaghen (come Kadeau, recentemente stellato). Perché, che si tratti di verdure, pesce o frutti di bosco, che si tratti della birra Svaneke, dei formaggi del caseificio St Clemens o della liquirizia gourmet di Johan Bülow, tutto viene da Bornholm. Quindi, quando esaltiamo l’avanguardia gastronomica della Nordic Cuisine, ancor prima di pensare a René Redzepi e al suo Noma, pensiamo a Bornholm. Pensiamo alle piccole località come Samsø e Røros, in Norvegia, che ogni anno grazie al loro stile di vita attirano sempre più turisti. Pensiamo in piccolo ma, come insegnano da queste parti, progettiamo in grande.

Il record eolico

Già leader dei parchi off shore per energia eolica, il governo danese ha stabilito che entro il 2020 arriveranno al 50 per cento e abbasseranno il costo di un terzo per tutti i danesi. E mentre a Viborg un nuovo data center di Apple contribuirà a riscaldare le vicine case, la città di Copenaghen ha investito quest’anno sulla mobilità intelligente 60 milioni di corone (9,1 milioni dollari). Quello che infatti oggi sembra irraggiungibile, domani, tra qualche settimana, sarà realtà. Si chiama fiducia verso le istituzioni e in Svezia per esempio, dove il governo ha persino istituito una Commissione per il Futuro per ragionare su demografia e sviluppo, è la più alta d’Europa. Così, se oggi nessuno si stupisce delle arnie sul tetto dell’Opera di Göteborg e del loro miele venduto nella boutique della hall, perché non credere che dal 2017 per la città gireranno auto intelligenti e self drive capaci di ridurre inquinamento e traffico? A Helsinki, di fatto, il minibus on demand Kutsuplus è realtà, il che avvicina quel traguardo fissato al 2025 che vuole cancellare l’auto di proprietà a favore di una mobilità urbana fatta di veicoli condivisi e prenotabili da smartphone. A Copenaghen, la smart city più premiata del pianeta, accanto al Villaggio dei Vichinghi del sobborgo di Albertslund, è cominciata la sperimentazione di luci intelligenti che, attrezzate di sensori e wifi, possono inviare dati a comune e cittadini su qualità dell’acqua, dell’aria o flusso del traffico, cambiando intensità al passaggio di una macchina o un pedone. Entro quest’anno, il sistema sarà allargato anche alle zone centrali insieme a una sperimentazione di traffico intelligente che potrà essere modulato a seconda di eventi, condizioni meteo e numero di turisti in tempo reale. E se i tetti verdi, l’infinito di percorsi pedonali e ciclabili e le architetture sostenibili sono già una realtà in quartieri come Ørestad o Nordhavn, ecco San Kjeld, il quartiere ri-nato all’inizio di quest’anno, dopo il nubifragio del 2011, per essere un esempio internazionale di come si potranno fronteggiare climi estremi e innalzamento del mare: tappeti erbosi al posto di asfalto, percorsi sopraelevati e tubature e tetti per raccogliere l’acqua in eccesso e portarla verso il mare.

Naturalmente digitali

Poi, dopo tanti richiami alla natura, torni in hotel e hai una connessione gratuita senza limiti (in Svezia la offrono quasi il 90 per cento degli alberghi); capisci che il denaro contante è un affare da secolo scorso (lo fanno solo il 25 per cento degli scandinavi); e, che tu sia a Copenaghen o a Tampere, dove hanno inaugurato l’ennesimo ostello di design, il migliore dei “poshtels” secondo la stampa specializzata, il Dream Hotel, hai camere forse un po’ piccole ma rivestite di legno locale e fibre naturali e ampi spazi cucina e relax condivisi, e soprattutto la solida percezione che si possono apprezzare design e confort senza rimetterci il portafoglio. Così finiamo anche con il ripensare la proverbiale asocialità dei popoli del Nord, insieme a quelle tante case di private disponibili ad accoglierci e che in due anni sono aumentate di quattro volte. Come dire che, se vogliamo andare, da loro c’è posto. E pure un futuro.

 

 

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Manuela Mimosa Ravasio è una giornalista professionista con una formazione da architetto. Ha lavorato per anni come caporedattore scrivendo di tendenze e lifestyle in riviste di turismo, cultura e attualità. Oggi svolge la sua attività da libera professionista offrendo anche consulenze in comunicazione, progettazione di contenuti e analisi su trend globali.

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