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Si fa presto a dire privata

Domenica a Bologna ci sarà un referendum per chiedere ai cittadini se sono “a favore della scuola pubblica”. Ora, a parte il fatto che, per una legge del 2000 voluta dall’allora ministro dell’istruzione Berlinguer, sarebbe bene precisare, anche solo per uso corretto del vocabolario, che tutte le scuole sono pubbliche, mentre la differenza se mai sta nell’essere o no statali, in realtà il consulto permette di esprimersi solo riguardo la scuola dell’infanzia su cui il comune ha spesso un “controllo” diretto. Eppure ciò che sta accadendo a Bologna sembra essere considerato una svolta epocale, la chiave di volta per derimere finalmente quella guerra ideologica che sta dietro le due diverse fazioni: chi sta con il “pubblico” e chi con il “privato”.

Basterebbe già questo, e cioè il reiterarsi di quell’uso equivoco del vocabolario, per capire che, forse, si sta sbagliando obiettivo. Su questo tema avevo già discusso con la brava Mila Spicola e da questo era nata una mia intervista su LeiWeb, ma di fatto la riflessione è sempre valida. Perché, a guardare bene i dati, in Italia le scuole paritarie sono circa 13000 (per lo più cattoliche), frequentate da più di 700 mila studenti. La maggiorparte di essi però, non frequenta le scuole elementari, medie o superiori, bensì la scuola dell’infanzia. Sono infatti circa 450 mila i bambini che sono mandati in scuole materne “private”. In altri numeri, se solo il 24 per cento delle scuole italiane è paritario, di queste, ben il 42 per cento è scuola dell’infanzia, mentre il resto, primarie o secondarie di primo e secondo grado, sono qualche migliaio scarso. Ora, chi ha provato a iscrivere il proprio figlio o figlia all’asilo, sa che il posto alla scuola materna non è un diritto. Ci sono code, spesso orari poco flessibili, difficoltà inconciliabili. E davanti all’incertezza (e spesso a una minima differenza del costo della retta), i genitori scelgono una struttura privata. Struttura privata che, ripeto, è nata per coprire una mancanza del pubblico. E per la verità, lo fa.

Venendo poi alle briciole delle scuole dell’obbligo, e saltando a piè pari i dati del MIUR che evidenziano il costo di uno studente per la scuola statale o per la paritaria (ahimé sfavorevoli alla prima), vorrei, questa volta davvero provare a circoscrivere il problema vero. Perché, questo è sì un dato allarmante e poco ideologico, la scuola italiana è senza dubbio in grave difficoltà. La scuola tutta, quella statale e, di sicura conseguenza, quella paritaria. Si tratta di un problema ampio che va dalla perdita di autorevolezza e di autorità di un’istituzione, al dubbio, tarlo quotidiano di molti studenti e genitori, che questa stessa istituzione non offra più una preparazione adeguata. Questo è il problema vero. E se la smettessimo di fare guerriglie ideologiche, magari scopriremmo anche che, un Paese come la Svezia, a cui guardiamo con ammirazione e desiderio di plagio, negli ultimi anni, proprio per aumentare la qualità del suo sistema scolastico statale, ha integrato una virtuosa proposta differenziata affiancando alla scuola statale una scuola “privata” lasciando ai genitori la facoltà di scegliere cosa far frequentare ai propri figli.

Ma, e su questo il sistema svedese sembra non ammettere deroghe (vedi qui note sul modello Svezia), ciò che accuma le due facce della stessa medaglia è lo standard di qualità richiesto: dai valori base da condividere al messaggio sulle regole democratiche, dalla sicurezza all’obbligo di ogni scuola di dotarsi di uno psicologo responsabile del benessere di alunni e alunne, fino al dovere di sottoporsi a un organo comune di supervisione. Un’uniformità, quest’ultima, che è alla base della garanzia di un più facile raggiungimento dello standard di qualità richiesto. Inoltre, tra il 2007 e il 2011, gli insegnanti svedesi hanno ricevuto una nuova formazione ad hoc mentre, da dicembre del 2013, entrerà in vigore una nuova forma di abilitazione all’insegnamento che prevede tutor annuale e l’obbligo di avere una qualifica per insegnare determitate materie e anni di corso.

Il pensiero che sottende questi investimenti è chiaro: formare dei buoni insegnanti garantisce una buona scuola. Qualsiasi scuola. E una buona scuola è anche quella che allo Stato costerà meno. E in Italia? In Italia, non esiste alcun sistema di valutazione esterno di insegnanti e scuole, la formazione organica e strutturale latita da decenni e alla selezione si preferisce l’immissione in massa di un corpo insegnante che, da solo e suo malgrado, si barcamena tra corsi di aggiornamento e supplenze. E ahimé, per concludere in fretta, chi sceglie la scuola non statale non lo fa di solito per assicurarsi una preparazione migliore (e come potrebbe se gli insegnanti escono dalla stessa preparazione?) o un metodo pedagogico differenziato, ma perché o il “pubblico” non offre un’adeguata copertura oraria (tempo pieno?), oppure non garantisce un selezionato bacino di utenza. Considerazione, quest’ultima, che vale sempre più anche per le scuole statali che, soprattutto nelle grandi città, vedono strani e falsamente spontanei fenomeni di ghettizzazione.

Ecco qua, ora ditemi, se in una situazione così che per altro confina il nostro Paese a un grado di disperione scolastica tra i più alti d’Europa, il problema è la scuola che qualcuno si ostina ancora a chiamare “privata”.

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