Design, Storie
Leave a comment

Sneaker utopia. Il mondo ai piedi

«Non tengo neanche più il conto. Ma tra ufficio, cantina, casa mia e dei genitori saranno circa 900 paia». Di sneaker si intende. La passione di Stefano Pomogranato, da quando, da ragazzino, aveva un amico italo americano che faceva la spola tra la California e l’Italia portandogli quelle scarpe “da ginnastica” che qui era impossibile trovare. Una passione diventata lavoro, tanto che ha fondato lo Special Sneaker Club, una community a numero chiuso (massimo 750 persone) con appassionati sparsi in tutto il mondo, che organizza eventi, showcase, incontri e talk sulla sneaker culture. Sì perché, negli anni, le scarpe “da ginnastica”, hanno conquistato la moda di lusso, sono diventate gli oggetti simbolo della contemporaneità, fino a essere consacrate come espressioni di arte moderna. «Non entro nel merito sull’evoluzione o involuzione della cultura sneaker. Sicuramente sono diventate fenomeno mainstream, il che implica maggiore accessibilità, praticamente infinita disponibilità di prodotto e tanta confusione, generata specialmente da chi prova a saltare sul carro». Anche perché, sul carro, ci sono parecchi soldi.

Come titoli azionari

Secondo Statista le sneaker rappresentano il 40 percento dell’intero mercato delle scarpe nel mondo. E se nel 2017 il giro affari valeva 62,5 miliardi di dollari, nel 2024 arriverà almeno a 97,8. Ma la crescita riguarda anche un settore ancora poco monitorato, quello dei così detti reseller, ovvero dei rivenditori, in genere on line, di pezzi a edizione limitata o esclusivi. Qui il prezzo spesso sfugge a ogni logica, essendo guidato da emozioni e manie del momento. Su StockX per esempio, un marketplace valutato un miliardo di dollari al suo terzo anno di attività, con undici milioni di utenti al mese e un fatturato di due milioni di dollari al giorno, e che da pochi mesi ha una versione in lingua italiana, si può seguire il valore di un modello come se fosse un titolo azionario. Quando viene proposta una nuova sneaker, si parte con un’offerta pubblica iniziale, il che garantirebbe di essere tra i primi ad acquistarla, e un’asta a ribasso “alla cieca” in cui i vincitori, migliori offerenti, si assicurano le scarpe all’offerta vincente più bassa. Sulla scheda della Nike Jordan 1 Retro Low disegnata dal rapper statunitense Travis Scott per esempio, si legge che in 52 settimane ha avuto un’offerta massima di 2mila e 479 euro e una minima di 406, con una volatilità del 27 per cento. Comunque un affare se si pensa che a luglio, nella sede newyorkese di Sotheby’s, una Nike Waffle Racing Flat Moon, realizzata a mano nel 1972 in soli dodici esemplari, è stata venduta per 437mila e 500 dollari (nella foto di apertura).

“Calci” all’asta

A soffiare sul vento dei prezzi folli (e delle bolle dietro l’angolo), c’è tutto il mondo dell’arte. Case d’aste in primis. «Le sneaker sono sempre state uno strumento per esprimere status e identità culturale. In esse si rappresentano genere, razza, posizione socioeconomica, così come le politiche di inclusione e cooptazione. Non è un caso che molti artisti lavorino con esse» dice Elizabeth Semmelhack, curatrice del Bata Shoes Museum di Toronto e della mostra Tongue+Chic che Phillips sta portando in giro, dopo New York, nelle sue sedi di Hong Kong e Singapore. Sneaker come opere d’arte firmate da artisti quali Damien Hirst, che lavora su un paio di Converse; il giapponese Takashi Murakami, su un paio di Vans; Daniel Arsham per Adidas Originals; o l’americano Brian Donnelly, alias KAWS, per un paio di Nike Air Jordan IV Retro. Ma è un libro, in uscita a fine novembre, a celebrare questo connubio fatale: The Art of Sneakers (PowerHouse Books), con venti creativi che smontano, ingigantiscono, mescolano con cibo e scultura, trasformano in collage e stampe, scarpe che finiscono nei piedi di uomini e donne ogni giorno. Dietro c’è snkrINC, un media brand che vuole farsi portavoce della sneaker culture globale, tra moda, musica, arte, film, e sport.

Edizioni limitate e design collaborativo

Cosa da poco andata in scena anche a Los Angeles con Sneakertopia, museo pop-up dove si possono trovare i kicks, i calci, come gli sneakershead, gli appassionati, chiamano le sneaker, rari e in copie limitate. In Europa, a radunare solo nell’ultimo anno 45mila appassionati intorno a modelli esclusivi, edizioni numerate o autografate, pezzi storici, modelli ormai introvabili, è Sneakerness, evento internazionale che anima le città di Amsterdam, Parigi, Londra, Milano, dove all’ultima edizione di ottobre si sono presentati in 10mila, Colonia e Rotterdam (dal 30 novembre al 1 dicembre). File infinite per partecipare a mostre e dibattiti, per acquistare da collezionisti privati o farsi autenticare le scarpe da StockX prima di rivenderle. Nemmeno la mania esibita da alcune star d Hollywood, da Caleb McLaughlin di Stranger Things a Mark Wahlberg a Kristen Stewart o Spike Lee (che sul red carpet indossa sempre modelli di culto), è sufficiente a spiegare l’esplosione del fenomeno. E qualcuno comincia a chiedersi dove siano andate a finire ricerca e passione originale. Per reinventare la classica Campus 80s, Adidas ha invitato nel suo MakerLab di Herzogenaurach, in Germania, i tre designer emergenti Helen Kirkum, Alex Nash e Shun Hirose. Le 999 paia in edizione limitata, lanciate attraverso un’asta in StockX a metà ottobre, hanno ricevuto quasi 10 mila offerte, il che ha rivelato il prezzo medio che gli sneakershead erano disposti a pagare: 205 dollari.

Articolo già pubblicato su Repubblica novembre 2019

Cosa ne pensi? Scrivilo qua…

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.