Me.
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strada maestra

Ve la ricordate la vostra maestra? Io sì. Si chiamava Rosaura e abitava nel palazzo di fianco al mio. Era grande, ai miei occhi. E sicuramente grandi erano i suoi fianchi, perché quando io e le mie compagne ci prendevamo mano nella mano per abbracciarla non riuscivamo a cingerla tutta. Mi ricordo i suoi capelli biondi con le punte rigirate all’insù che se ne stavano fermi come se fossero sempre pregni di lacca. E il suo rossetto arancio deciso che qualche volta indugiava sui denti. Era bellissima, la mia maestra. Mi ricordo ancora la piacevole sensazione della sua fisicità, ferma, compatta, e nello stesso tempo accogliente. Il suo grembiule nero sempre odoroso di amido da stiro e le sue mani secche e imbiancate di gesso. La chiamavo Signora Maestra e le davo del lei, anche quando invitava me ed alcune delle mie compagne a casa sua, se nel pomeriggio non avevamo nulla da fare (il che capitava abbastanza spesso), o quando portava a scuola farina, zucchero e fornello elettrico per insegnarci a fare le chiacchiere di Carnevale. In quel caso, ad aiutarla, arrivava sempre la Signora Bidella. La mia maestra Rosaura aveva una passione per i tornei di tabelline, preferiva lo sciopero bianco allo sciopero tout court (e me lo ricordo quando lo disse perché a scuola c’era una grande agitazione a causa del sequestro di Aldo Moro), ci faceva cantare la Canzone del Piave e, il 25 aprile, anche Bella Ciao. La mia maestra non aveva figli. Un marito sì, ma figli no. Come molte delle insegnanti di questo Paese ha speso molta della sua esistenza, da donna, a costruire una strada verso il futuro per molte bambine e bambini che, nella più parte dei casi, e a parte i primi anni, si sono dileguati come certi morosi di gioventù. Mi sono dileguata anch’io, d’altra parte. Tanto che la mia maestra mi è tornata in mente solo ieri, quando un vecchio basso e rifatto l’ha accusata di avermi inculcato chissà che cosa. Povera maestra. Per noi tutte (ero in una scuola femminile) era come una seconda mamma. E, a pensarci bene non l’ho mai ringraziata per avermi inculcato tutte quelle cose cattive che ancora oggi mi aiutano a distinguere l’onestà, dall’insulto e la menzogna. Quindi, forse è il giunto il momento di dirle Grazie, Signora Maestra.

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Manuela Mimosa Ravasio è una giornalista professionista con una formazione da architetto. Ha lavorato per anni come caporedattore scrivendo di tendenze e lifestyle in riviste di turismo, cultura e attualità. Oggi svolge la sua attività da libera professionista offrendo anche consulenze in comunicazione, progettazione di contenuti e analisi su trend globali.

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