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Arrigo. Il calcio che non è nel pallone

A volte un romanzo è più profondo della realtà. Forse non ci dice della cronaca esatta, ma ci trasmette quel vivere emozionale che è spesso il senso delle cose. Questa è l’attitudine (e non uso a caso questo termine) consigliata per chi si apprestasse a leggere Arrigo, la quasi biografia romanzata di Arrigo Sacchi di Jvan Sica* edito da inContropiede. Ho avuto la fortuna di fare una chiacchierata con Sacchi anni fa perché volevo mi parlasse della sua Romagna… ha finito con il parlarmi di sogni, miraggi, ideali di perfezione, stress… forse perché, alla fine, com’è scritto nel libro di Sica, l’inventore del calcio moderno non potrà mai liberarsi di quello che ha costruito. Gli altri sì, alcuni pure con un certo sollievo, ma Sacchi no. E quando sulle pagine dei giornali vedo rimbalzare ancora la notizia di un suo logoramento (qualcuno scrive persino che “di nuovo getta la spugna”), penso che scrivere di calcio in modo diverso sia necessario. E che romanzare onori la storia persino di più che realtà (soprattutto se la realtà è fatta …

Il pantano

Alla fine anche il calcio è, in Italia, solo una storia italiana. Gol a insaputa degli arbitri, partite vendute, qualche arresto (forse). Ma anche, ed è il migliori dei casi, difesa del pantano. Quando una settimana fa guardavo Milan-Barcellona mi tornavano in mente le parole che una volta mi disse Arrigo Sacchi: «L’ultima volta che l’Italia è andata all’attacco è stato al tempo dei romani. Poi ha sempre giocato in rimessa e avuto paura dell’eccellenza». La riflessione può essere estesa anche al di fuori dell’ambito calcistico. E, d’altra parte, anche il calcio può essere assunto a metafora di questo Paese. Il Milan per pareggiare con il Barcellona non ha usato il bel gioco o il talento, ma ha (semplicemente) impedito che il gioco, e il talento altrui, si liberasse. Pensate a quante volte avete visto mettere in pratica questa strategia nelle Università o nei luoghi di lavoro. La mediocrazia vince in questo modo. Ho usato “vince” non a caso, perché la vittoria ha in sé un suo valore e va riconosciuto. Dico solo che per …