All posts tagged: donne&lavoro

non posso permettermi di lavorare

Non è un refuso, è proprio così. Il “non” prima del verbo lavorare non c’è volontariamente. Avrei dovuto essere più precisa e riportare la frase «non posso più permettermi di fare questo lavoro» che è poi un lavoro a tempo, e talento, pieno. Fatti due conti, c’è poco da obiettare, le rispondo. Con i mezzi sono quasi due ore e mezza di strada, l’auto tra pedaggio e benzina arriverebbe a 300 euro al mese e non si può. Poi c’è la ragazza che va a prendere il figlio e lo tiene fino alle 19, spesso le 20. Regolare, con contributi pagati come si conviene, sono altre 700 euro o giù di lì. E cara grazia che c’è. I costi della spesa fatta di corsa il sabato, dei cibi veloci, dei campus extra per piazzare il figlio durante le vacanze scolastiche ed estive, dei vestiti che si deve comprare per presentarsi al lavoro, non sono quantificabili, ma ci sono. Alla fine, oltre alla stanchezza e al senso di impotenza, quello che rimane sono 1000 euro scarsi, …

giovani, donne e mediocrazia

Il giorno in cui è morto Steve Jobs ho twittato questo messaggio: «Immaginatevi il giovane Jobs in Italia. Immaginate cosa sarebbe riuscito a fare. Ecco, ora sapete quanto è messo male questo Paese». Basta poco, in fondo, per rendersi conto del gap tra noi e il resto del mondo. Non serve nemmeno che ce lo dica Mario Draghi a Sarteano che l’Italia sta bruciando il futuro dei giovani. Lo sappiamo. Sappiamo che il talento dei giovani, in coppia sempre con il talento delle donne, è spesso solo un argomento buono per dotte pagine di giornali, un atto dovuto per non sentirsi troppo lontano dai temi comuni dell’attualità. Ma alla fine nessuno ci dice perché questo Paese considera i giovani e le donne un fastidio e non una risorsa. Nessuno ci dice che cosa impedisce di valorizzare i talenti e le idee. Quando parlo con amici che lavorano all’estero, Stati Uniti, Spagna o Germania, la costante della differenza tra noi e loro non sta tanto nella gravità della crisi, quanto nella nostra incapacità cronica di riconoscere …

parità aggiunta

Finalmente siamo uguali. Uomini e donne, tutti insieme egalitariamente, in pensione a 65 anni. Pubblico e privato. Elsa Fornero, intervistata su La Stampa da Flavia Amabile, sembra dire così. Certo, all’osservazione della giornalista sulla nota disparità di trattamento economico, carriera e tempo libero, Fornero risponde: «Lo so, però…». Quando le viene fatto notare che sono spariti i fondi per gli asili nido ammette: «Non lo so, ma…».  E all’insistenza della giornalista su perché continuare a fidarsi di queste politiche, ripete per due volte il mantra cerchiobottista «ma anche». Non che io non sia abituata a risposte evasive, ma il fatto che questa cattiva abitudine della doppia posizione, di evocare la protesta costruttiva per castrare la protesta effettiva, sia portata avanti anche dalle donne, mi preoccupa. Ecco un’altra parità di cui avrei fatto volentieri a meno. Due giorni fa avevo apprezzato la voce chiara e diretta di Susanna Camusso: si poteva non essere d’accordo con il suo pensiero, ma non si poteva che lodare la sua coerenza e il suo coraggio. Quello che non ho mai …

lunga vita al… marito

Donne maritate, e attempate, attente. Ieri su La Stampa un articolo di Bruno Benelli titolava Vedove, pensione giù fino al 18 per cento. Sì, perché frugando tra i codicilli della nuova finanziaria si scopre che se una donna si è sposata con un ultrasettantenne, se era più giovane di lui di oltre 20 anni, se il matrimonio è durato meno di 10 anni, e se in famiglia non ci sono figli minori, la sua pensione di reversibilità diminuisce sensibilmente. Già la Lega aveva a febbraio presentato un progetto di legge che impediva la pensione a giovani vedove, giusto per far capire a quelle badanti arriviste che sposano il vecchio di turno e dissanguano l’intero Paese che non è aria, e ora arriva questo, più edulcorato e scevro da pulsioni razziste. Ma che non rinuncia a ficcare il naso nella nostra vita privata tracciando una linea di ciò che è conveniente, anche economicamente, e ciò che è disdicevole.  La doppia morale per i coniugi buoni e cattivi colpisce soprattutto le donne, ovvero quelle la cui aspettativa …

siamo tutti precari

Nonostante la cervicale che mi stringe i pensieri in una morsa crudele questa mattina è iniziata bene. Ho visto il video dei giovani precari che il 9 aprile scenderanno in piazza con lo slogan Il nostro tempo è adesso e ho ascoltato la musica di sottofondo: era quella di Zaz. Avevo parlato della voce di questa giovane cantante francese che tanto ricorda Edith Piaf, di questa musica che gridava liberazione in un mio post di novembre scorso e allora mi sono detta, Ipazia è con voi! (Ma lo sarebbe stata anche senza musica). Ieri sera ho ricevuto un altro messaggio su Twitter per il mio post La Giovine Italia. La parola rassegnazione ritorna come un mantra. Così come quel sentimento di impotenza che paralizza alcuni giovanissimi ormai incapaci di immaginarsi un futuro. Alcuni, perché i precari che stanno organizzando la manifestazione del 9 aprile hanno capito che una strada per uscire da questa impasse generazionale c’è. E la strada, è sempre la stessa. Ovvero contarsi, dare spazio a una forza unita, dire chiaramente che cosa …

la giovine italia

Ieri la metropolitana rigurgitava persone. Il caso ha voluto che io incontrassi una giovane collega precaria che mi ha dato un passaggio per arrivare al lavoro. 45 minuti di traffico e di rivalità automobilistiche in cui però si sono salvate belle parole. Sempre il caso ha voluto che questa collega sia nata il mio stesso giorno, alla stessa ora, ma dieci anni prima. Quanto basta per essere vista come una di un’altra generazione, cresciuta in un altro pianeta, lontana nelle esperienze e nelle emozioni. Non posso certo biasimare questa sua percezione: capisco bene come una diversa condizione esistenziale possa generare un confrontoscontro generazionale talvolta più forte di quello dato della semplice differenza anagrafica. Io e Chiara siamo così lontanissime. Separate più da come ci muoviamo, o possiamo muoverci, nella vita di tutti i giorni, che non dalla nostra età. Di fatto, potremmo essere sorelle. De facto, siamo quasi nonna e nipote. E questi sono stati i ruoli durante il nostro dialogo. L’ho ascoltata attentamente, Chiara. Quando mi descriveva l’unica realtà professionale che lei aveva mai …

il (buon) carattere della mediocrazia

@font-face { font-family: “Cambria”; }p.MsoNormal, li.MsoNormal, div.MsoNormal { margin: 0cm 0cm 0.0001pt; font-size: 12pt; font-family: “Times New Roman”; }div.Section1 { page: Section1; } Lo dico subito senza indugio: lottare per la parità di genere, lottare per i diritti delle donne, significa lottare per la meritocrazia. Ovvero lottare per un sistema di regole e consuetudini capace di premiare i comportamenti virtuosi e non le relazioni amicali o occasionali. Sembrerà sessista affermarlo, e forse lo è. Ma ho visto troppe volte donne capaci e preparate lasciate indietro solo perché non avevano le qualità anatomiche per partecipare al Bar Mario (o alle chiacchiere da spogliatoio). Ovvero, non avevano quell’attributo, quell’appendice muscolare, che consente, ai soli uomini veri, di condividere informazioni e cazzeggi indispensabili all’ascesa, e al mantenimento, delle posizioni che contano. Conosco donne che si sono spese con passione per il loro lavoro dimostrando capacità creative, organizzative, progettuali. Che poi è tutto (o tanto) quello che servirebbe per creare un sistema veramente produttivo. Un sistema che funzioni, ricco di figure professionali attive e non di servi/serve fedeli. Il …

sante subito… anche no

Sono colpita dalla schizofrenia della comunicazione, anche o soprattutto giornalistica. Un articolo di Paola Pica dedicato alla Fondazione Bellisario-Beyond, pubblicato sul Corriere della Sera di oggi, sembrerebbe tirar la carica, e il traguardo si spera felice,  alla legge sulla parità di quote di genere che domani sarà presentata in Senato. Se non altro perché si legge, come sostiene la banca d’affari americana Goldman Sachs, l’aumento della presenza delle donne potrà portare alla crescita del 22 per cento del Pil. Poi continuo a sfogliare, arrivo alla sezione lavoro, e trovo un doppio paginone sulle mamme che, per trovare eguale soddisfazione tra maternità e carriera, si sono raccomandate a Sant’Iva (la Partita ovviamente). Volti felici e sorridenti, circondati da bambini bellissimi o da sereni pancioni. Immagini che cancellano in un attimo, con una sorta di mistificazione consolatoria, la sofferenza e la fatica delle scelte che queste stesse donne hanno dovuto compiere. Segue una (giustissima) esaltazione del loro coraggio e della loro capacità impreditoriale. E tale è la gioia di questa fuga felice dal mondo del lavoro, che …

vedo rosa

Il tema delle quote rosa è di grande attualità. Dopo anni si è capito che non basta la speranza per ottenere la parità di genere, ma bisogna stabilire delle regole per facilitare che ciò avvenga. Nel mio post Comunicazioni di Servizio avevo già parlato della legge Golfo-Mosca, mentre è di pochi giorni fa la notizia che il Governo francese vuole introdurre le quuote rosa per i vertici dell’Amministrazione statale. Oggi, all’annuale Economici Forum di Davos, dove le donne certo non sono mai state la maggioranza, sarà presentato The Gender Equality Project, sottotitolo Equal Value, Equal Respect. Alcune multinazionali in Francia, Germania, Canada, avvieranno un protocollo che porterà a una partecipazione equa di donne nelle posizioni chiave. Parole chiave, talento, valore delle idee, crescita. Tutti i vari CEO sono stati concordi nel dire che  The Gender Equality non è solo giusto per il businness, ma è essenziale per il businness. Insomma, se le aziende vorranno continuare a crescere, meglio che si organizzino a far entrare nel loro esercito di risorse più cervelli vivi, organizzati, e donne.  …

20 settimane e mezzo

Un mio collega ha preso la paternità. A parte qualche maschio nordeuropeo esibito in documentari progressisti, non avevo mai visto, e realmente conosciuto, un uomo che affrontasse questa scelta. Gli ho suggerito di aprire un suo blog, 20 settimane e mezzo appunto, per raccontare giorno per giorno la sua esperienza. Mi ha risposto che il fatto stesso che glielo avessi proposto implicava che la sua scelta atipica fosse vagamente indecorosa. «In fondo», si è giustificato, «non mi sono mai trovato a dover stare così tanto tempo senza lavorare». Che strano, mi sono detta. Io non avevo mai pensato che la sua scelta fosse una diminutio. Anzi, pensavo che fosse una cosa così speciale da meritare un diario-tributo. Una volta, scherzando, gli dissi persino che in questo modo avrebbe compreso sulla sua pelle che cosa capitava ad una donna costretta ad abbandonare il lavoro per dedicarsi alla maternità. Per come la vedo io, mettersi nei panni di un’altra persona, è sempre un arricchimento e non viceversa. Ma, evidentemente, i panni di noi donne sono meno piacevoli …