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guerra e pace

@font-face { font-family: “Cambria”; }p.MsoNormal, li.MsoNormal, div.MsoNormal { margin: 0cm 0cm 0.0001pt; font-size: 12pt; font-family: “Times New Roman”; }div.Section1 { page: Section1; } Non ho mai sentito nessuno dichiararsi a favore di una guerra. Si è pacifisti per educazione e guerrafondai per disillusione. Eppure, in una visione buddista, ognuno di noi affronta ogni giorno la sua piccola grande guerra, e ogni giorno decide da che parte stare. Ieri mi sono accorta che anche nelle scale mobili delle metropolitane milanesi si deve tenere la destra. Lo spazio a sinistra è riservato a chi, in guerra perenne contro il tempo, vuole salire più in fretta delle sale che salgono da sole. Chi si frappone a questa sfida all’ultimo secondo, viene calpestato da un tank di bipedi. Ed è fottuto in partenza. Io non so a che guerra pensavano quelle 18 donne egiziane che, dopo essere state in Piazza Tahrir il 9 marzo, si sono ritrovate picchiate, obbligate a denudarsi e costrette a subire un test di verginità. Ma so, di certo, quale guerra le attende. La stessa, …

l’immagine e la piazza

Le abbiano viste in mille foto riprese dal web e carta stampata. Abbiamo imparato a riconoscerne i nomi: Asma Mahfouz, la blogger di 26 anni che Mona Eltahawy, forse una delle donne più autorevoli quando si tratta di analizzare ciò che succede nel mondo arabo, definì come «colei che, con il suo video-post in cui dichiarava la sua intenzione di marciare a Tahrir Square il 25 gennaio, ha innescato l’inizio della rivoluzione». E poi, Mona Seif, l’attivista egiziana che dalla piazza via Al Jazeeraha dato voce ai sentimenti della protesta; Leil Zahara Mortada che da Barcellona a Facebook, ha mostrato i volti di queste donne normali e insieme rivoluzionarie. Ancora, Azza Kamel, scrittrice, rimasta per 18 giorni e 18 notti accampata in strada insieme a Mozn Hassan, direttrice del Centro di Studi femministi Nasra al Cairo. Sono stati giorni, inebriati dal desiderio di libertà, in cui ci si dimenticava che l’Egitto nel 2010 era, ancora, un Paese in cui una ragazzina poteva morire per infibulazione, un Paese in cui una donna su cinque subisce violenza, …