All posts tagged: sessismo

Anty Pansera, la cultura sessista del Bauhaus

Inutile fare giri di parole, la storia è di chi la racconta e per larga parte, la storia del design è stata raccontata da uomini. «È inevitabile che si faccia riferimento al proprio “fare”, al proprio linguaggio, e che si rileggano gli eventi secondo la propria specificità», dice Anty Pansera. Lei che del design è una storica sui generis, fresca di Compasso d’Oro alla carriera, e che non ha mai smesso di guardare alla cultura progettuale con curiosità interdisciplinare. «Devo ammettere che è stato nel 1999, quando l’Unione Donne Italia di Ferrara mi ha chiamato a curare la loro decima Biennale Donna dedicata al design, che mi sono costretta a una riflessione di genere. Passando al setaccio i miei libri, mi sono accorta che le donne rimaste erano ben poche. Ricordo che allora feci tre telefonate: a Gae Aulenti, che bocciò l’idea, a Cini Boeri, possibilista, e ad Anna Castelli Ferrieri, che mi spronò». Nasce così la mostra Dal merletto alla motocicletta, a cui ne seguirono altre sulla creatività femminile, fino a oggi e al …

Sessismo: game, set, match.

Ho preso la mia prima racchetta in mano all’età di 10 anni. Una Slazenger formato mini che ho poi sostituito con una Wilson dei primi modelli post legno. In televisione, ancora quella pubblica, guardavo McEnroe e Borg. Poi Lendl e Becker. C’erano anche Navratilova, Graf, e poi Seles, che evidentemente doveva avere convinto qualcuno a farmi provare il dritto a due mani, ma, nonostante queste talentuose giovani donne, era attorno al mito dei tennisti che costruivo la passione per il tennis. Non so se il motivo va ricercato nel fatto che, in quella cittadina di provincia, mi ritrovavo a essere l’unica femmina del corso, quella che raramente trovava una compagna per farsi un’ora extra visto che, nonostante ci provassi, le altre ragazzine si presentavano con il collettino inamidato, ma certo è che, volendo scambiare due parole oltre che le palline, era difficile parlare di qualcosa che non fosse condiviso anche dai miei compagni, maschi. Eppure erano i tempi in cui gli US Open avevano già ripartirono in parti uguali il prize money. Billie Jean King, …

Un calcio al sessismo

[Pubblicato su Gioia! del 11 giugno 2015] Mentre scrivo, il pubblico del Roland Garros è in piedi per Francesca Schiavone. La diretta televisiva ha persino messo da parte Rafael Nadal per assistere a un match definito epico. Lei, che a Parigi ha già vinto, ha incantato ed esaltato. Il tennis femminile ha portato in Italia tutti i successi importanti degli ultimi anni, compreso un Career Grand Slam della coppia Sara Errani e Roberta Vinci. E medaglie sono arrivate da nuoto, scherma, pallavolo. Eppure nel Bel Paese, lo sport femminile è sempre in seconda fila. Fagocitato dalla bulimia calcistica che lascia spazio solo a commenti da spogliatoio sulla cellulite della Sharapova o sulla presunta mascolinità delle nostre calciatrici. E la recente uscita di Felice Belloli sulle “quattro lesbiche” vale per tutti. Perché, è questo il punto, in un Paese dominato dal calcio macho e virile, dove nessuno, da Cassano a Lippi, pare abbia mai conosciuto un gay che gioca a pallone, la prima cosa che balza in mente quando una ragazza emerge per le sue qualità …

Charlotte e le altre…

In ogni storia, si nasconde sempre una buona parte di ironia. Nella storia del design, per esempio, è probabile che questa ironia si materializzi in una coppia di cuscini colorati. Precisamente, in quella disegnata nel 1925 da Claire Wagner Kosterlitz, giovane studentessa del Bauhaus di Dessau, la cui opera, secondo Juliet Kinchin, curatrice della mostra Designing Modern Women, 1890s–1990s, dal 5 ottobre nelle sale di Architettura e Design del MoMA di New York, «può essere assunta a simbolo del potenziale creativo e professionale delle donne, nonché della loro capacità di introdurre nella quotidianità, anche attraverso oggetti umili, il linguaggio delle avanguardie artistiche». Nei primi decenni del Novecento, occuparsi di cuscini non doveva tuttavia essere gratificante. E non solo perché Kosterlitz fu costretta per tutta la vita a nascondere il suo talento dietro un lavoro di badante a tempo pieno, ma anche perché dedicarsi al design tessile era considerata un’attività prettamente femminile e quindi, minore. Per esempio, quando, in un pomeriggio del 1927, disegni sottobraccio, Charlotte Perriand si presentò allo studio di Le Corbusier per cercare …

#tisaluto

In Italia l’insulto sessista è pratica comune e diffusa. Dalle battute private agli sfottò pubblici, il sessismo si annida in modo più o meno esplicito in innumerevoli conversazioni. Spesso abbiamo subito commenti misogini, dalle considerazioni sul nostro aspetto fisico allo scopo di intimidirci e di ricondurci alla condizione di oggetto, al violento rifiuto di ogni manifestazione di soggettività e di autonomia di giudizio. In Italia l’insulto sessista è pratica comune perché è socialmente accettato e amplificato dai media, che all’umiliazione delle persone, soprattutto delle donne, ci hanno abituato da tempo.Ma il sessismo è una forma di discriminazione e come tale va combattuto. A gennaio di quest’anno il calciatore Kevin Prince Boateng, fischiato e insultato da cori razzisti, ha lasciato il campo. E i suoi compagni hanno fatto altrettanto. Mario Balotelli minaccia di fare la stessa cosa. L’abbandono in massa del campo è un gesto forte. Significa: a queste regole del gioco, noi non ci stiamo. Senza rispetto, noi non ci stiamo. L’abbandono in massa consapevole può diventare una forma di attivismo che toglie potere ai …

caro Severgnini…

Oggi Il Corriere della Sera ha pubblicato l’intervento Donne e carriera, basta eroismi che Beppe Severgnini  ha fatto in occasione della conferenza internazionale Women in Diplomacy. L’articolo è rimbalzato subito sui Social Network e sul blog de La27esimaOra suscitando molti commenti. Io uso il mio blog per farlo. Perché, mi verrebbe da dire caro Severgnini, mi fa piacere che un uomo scriva su tematiche femminili, e che ci dia pure consigli – ben accetti si intende – su come uscire da questa impasse culturale. Del resto, ogni volta che un uomo affronta queste spinose questioni, magari snocciolando dati che ormai credo (io come tante altre) di sapere a memoria, appare sempre come un illuminato e progressista, mentre, tutte le volte che le stesse cose sono scritte da una donna, vengono etichettate come lamentazioni uterine (si legga i commenti ai vari post del blog de La27esimaOra). Non mi fraintenda, caro Severgnini, io voglio che gli uomini si occupino e scrivano di queste cose: mi piace solo far notare la differenza. Una cosa però gliela vorrei dire: …

più notizie e meno scuse

Era depresso. Senza lavoro. Oberato dai debiti. Triste perché era stato lasciato. Esasperato perché non poteva vedre i suoi figli. Reso cieco da una lite furiosa. Da un raptus. I media, siano essi carta stampata, radio o televisione, hanno lo stesso modo per parlare di femminicidio (non sono certo la prima a dirlo, vedi, per esempio, il lavoro di Michela Murgia). Cominciano dall’autore del delitto, e ne descrivono la motivazione. Di per sé, già un errore giornalistico c’è: perché una dichiarazione così affrettata è una supposizione, e non un fatto. Ma tant’è. L’ansia del cronista nel trovare quella che a tutti gli effetti sembra un’attenuante sembra un riflesso incondizionato. Con tanto di nota pietistica per quell’assassino che magari è stato lui stesso a chiamare la Polizia e che sembra già un pentito…  Qualche esempio? dall’Ansa di oggi: «tra i due sarebbe sorto un diverbio per futili motivi. Dalle parole ai fatti il passo è stato breve. Quando Perrotta si è reso conto di avere commesso un gesto inconsulto ha cercato di rianimare la compagna e …

Uscire dalla violenza

Nel giorno in cui il caso dello stupro dell’Aquila viene descritto dai media come una pratica di sesso estremo, mi colpisce un articolo che è apparso su The Guardian. Alison Saunders, procuratore capo del CPS di Londra, ha dato un significativo allarme: la demonizzazione delle donne da parte dei media sta avendo un impatto devastante sul sistema giudiziario britannico fino a portare ad assoluzioni in casi di stupro. Il messaggio è stato colto al volo dall’associazione End Violence Against Women, i cui dati confermano purtroppo una fuga dalle denunce e una crescita, da parte degli agressori, del convincimento di non essere puniti. Al di là dei casi specifici riportati nell’articolo, che purtroppo confermano come in certi casi tutto il mondo è il (nostro) Paese, comprese le esternazioni di certi politici, le pagine Facebook che promuovono la violenza sessuale, l’uso disinvolto di barzellette che ridono su e dello stupro, fino alla diffusione di una retrograda misoginia nei blog dei vari quotidiani, la cosa che mi ha colpito è che, secondo recenti ricerche della Middlesex University, ormai …

l’offesa

La Ministra Elsa Fornero, l’ha detto oggi, si sente offesa da come la televisione tratta le donne. Per la verità non so se è solo le donne che la televisione pubblica italiana tratta come subnormali, o gli italiani tutti, uomini e donne. Non so se i maschi italici si sentono ben rappresentati da una continua messa in onda di battute da ospizio e spettacoli gerontocratici. In sostanza, non so se mi ha offeso di più il monologo surreale e cialtrone di Adriano Celentano o la gara di spacchi, ma si potrebbe definire la sfilata ginecologica, delle tre grazie dell’Ariston. Forse, è un po’ tutto questo Paese che offende. Forse l’offesa non ha mai smesso di essere il tratto distintivo della dialettica di questo Paese. E ha ragione @insopportabile e dire che ci sarebbe da offendersi prima, e a maggior ragione, per come le donne sono trattate al lavoro. Provate a far mente locale e cercate di concentrarvi sul numero di volte che il Bar Mario, l’allegra colleganza ad alto tasso di testosterone che impregna l’italica …

Marta e Ipazia: la strana coppia

Su una cosa Marta Vincenzi ha ragione: da maggio non ci sarà più un sindaco donna in nessuna grande città italiana, di destra o di sinistra che sia. Come regalo di compleanno per il primo anniversario del 13 febbraio e di Snoq, non c’è male. Per il resto, ho provato solo a leggere il delirio twitter della sindaca genovese, da donna. E francamente, per quanto si possa e si debba pretendere da chi ci rappresenta una condotta più dignitosa, nel suo sfogo c’era molto di condivisibile. Non faccio fatica a credere della fatica doppia che ha dovuto fare per far riconoscere il valore della propria intelligenza. Ho ancora in mente le immagini di quando Genova fu colpita dall’alluvione e lei che non si sottraeva agli insulti e alla rabbia della gente. Anche al comandante Schettino sono state concesse attenuanti possibili, ma non a lei. Si chiama Glass Cliff e in questo blog ne ho parlato spesso: le donne che sbagliano pagano subito, e di solito il doppio. Io vivo in una città che ha scelto …