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tutte le donne del presidente

E anche l’orgoglio di Manuela Arcuri è durato poco. Pare che volesse essere solo sicura di avere una caparra sostanziosa. Poi, niente che non potesse rientrare  nella trattativa. Tanto al chilo. Perché in fondo, il Presidente pare essere sicuro che per ogni cosa c’è un prezzo. Basta scegliere. Dall’infinito catalogo della televisione, dell’avanspettacolo, delle feste a base di coca, della strada. Se qualcuna gli garba, chiede ai suoi amici fidati di procurargliela, ma è sicuro che arriverà. Da Parigi, dal sud, dal nord, ammogliata, fidanzata, figlia o madre. L’Italia è solo un immenso bordello a sua disposizione diviso, in modo grossolano ma efficace, in chiavabili o non chiavabili. Mesi fa scrissi un post, La zoccola dura della modernità, e speravo fosse l’unico, l’ultimo. Sono donna, madre, moglie, lavoratrice (non necessariamente in quest’ordine) e non mi va di essere considerata a disposizione. Tantomeno definita inchiavabile da uno… e lascio perdere. Ma come è possibile che non sia considerato come un grave danno al Paese questa riduzione a carne da bordello di metà delle risorse umane e intellettuali italiane? Come è possibile che questo comportamento offensivo verso il genere femminile non sia considerato calunnia? E non mi parlate di libertà. A meno che la “libertà di darla” sia considerata più importante del diritto di non essere considerate corpi ad uso e consumo. Tanto che l’Italia delle donne debba sentirsi più rappresentata da queste donne del Presidente che da una donna e mamma come Viviana Basso che ieri ha scritto una mirabile lettera al Corriere della Sera. Personalmente, non ce la faccio più. Toccato il fondo, si è cominciato a scavare, ma in quella buca se non stiamo attente ci finiamo noi. Quelle che vedono ogni giorno gli effetti di questo machismo goffo e decadente ringalluzzirsi nelle aziende, nei condomini, tra i discorsi della gente comune. Più di questo anziano voglioso e bulimico, ormai catalogabile come caso disperato, sono le gaffe (si fa per dire) di Lorenzo Cesa, che dice che «È meglio una donna all’economia che Tremonti», è lo spaccio, in prima serata, di pillole di disprezzo per «le racchie che se ne devono stare a casa», a costituire terreno fertile per un diffuso maschilismo di ritorno. Che cosa si puó fare allora? Sciopero delle donne? Class action? In molte, vorrebbero ripetere quel 13 febbraio, anche se dopo quel 13 febbraio le cose non sembrano esser molto cambiate. In ogni caso, fissiamo una data, prendiamo un treno, facciamo presto. Tutto, purché si smetta di dire sì.

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