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una legge uguale per tutte

Stiamo per finire, come un’amica ha intelligentemente osservato, in un cul de sac. In una rete che, in parte, abbiamo tessuto anche noi. Se avete minimamente seguito il dibattito milanese che ha preceduto la nomina della Giunta Pisapia, sul blog di Marina Terragni o su Facebook, ve ne sarete accorte. Perché di fatto, nonostante le intelligenze messe in campo, nonostante il grande lavoro offerto in modo generoso da tante e competenti donne milanesi, fino all’ultimo la presenza femminile è stata messa in dubbio. Un’insicurezza a volte isterica, accompagnata da una sequela di nomi che si susseguivano senza tregua, che si confermavano e si smentivano, per poi cambiare ancora. Come nomi di donne in passerella, e chissà quale di loro sarebbe stata estratta dal cilindro per l’ultimo, clamoroso, effetto finale. Avevo scritto in quei giorni proprio a Marina Terragni commentando la lettera di Anna Catasta, Forma e Sostanza, che mentre ci stavamo arrovellando su quale donna sarebbe stata scelta come vicesindaco o nella giunta, il problema vero e reale era che ancora una volta queste donne potevano occupare quei posti solo in virtù di una scelta maschile (nella figura del sindaco o dei vertici di partito) e non per diritto diretto. Perché c’è una bella differenza tra avere diritto di parola e avere la stessa in concessione (temporanea). Libertà di scegliere e libertà di essere scelte appunto, frase che ultimamente ripeto come un mantra. Parafrasando, si potrebbe dire che non è tutto rosa (e fiori) quel che vediamo. Ci giriamo intorno e non possiamo non renderci conto che tutto quello che ha a che fare con noi, dalle scelte politiche alla nostra rappresentazione per parole o immagini, ha a che fare con il potere decisionale che siamo in grado di esercitare. Che è ben poco, care mie (vedi post il solito corpo delle donne). E sarà sempre meno se non penseremo a delle regole che garantiscano per legge uguale accesso per tutte, e tutti, ai luoghi dove si decide. Allora, perché, prima che  il principio paritario (quote rosa obbligate) non ci venga rinfacciato come forzatura e sessismo latente, non ci mettiamo tutte insieme (da destra e da sinistra) a chiedere a gran voce una nuova legge elettorale? Magari come quella campana, che prevede la doppia preferenza purché ci sia diversità di genere, ma tante saranno le donne esperte e disponibili a lavorare su questa traccia. Io credo che il nuovo movimento delle donne potrebbe avere un ruolo importante in questo progetto politico, come è stato dopo il 13 febbraio, per muovere e mobilitare le coscenze, anche laddove ora, le donne ci sono, sono entrate in partita. Nonostante tutto. Perchè davvero, se non riusciamo a  cambiare ora le regole, ora che per un vento anche un poco opportunista in qualche poltrona ci siamo arrivate, non riusciremo mai a cambiare i processi della politica. Che resteranno così, inevitabilmente, tagliati su un abito maschile ben più addestrato di noi ai solidi e logoranti giochi di potere.  La madre di tutte le strade che portano a quella famosa stanza dei bottoni è proprio la legge elettorale. Quella che amabilmente fu definita una porcata, ma che è perfetta per chi il potere se lo vuole garantire, nominando personalmente (sia destra che a sinistra e sempre uomini) come un signorotto feudale, i suoi fedeli. E non è questa l’essenza prima del machismo italiano? Fare pressione affinché questa legge elettorale venga cambiata quindi, significherebbe invece prendersi il diritto di parola senza aspettare che ci venga concessa. Significherebbe scegliere e non avere (la gentilezza) di essere scelte. A cominciare dal scegliere anche come essere rappresentate.
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Manuela Mimosa Ravasio è una giornalista professionista con una formazione da architetto. Ha lavorato per anni come caporedattore scrivendo di tendenze e lifestyle in riviste di turismo, cultura e attualità. Oggi svolge la sua attività da libera professionista offrendo anche consulenze in comunicazione, progettazione di contenuti e analisi su trend globali.

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